DEBUTTI SHAKESPEARIANI: CONTINUITÀ FRA CINEMA E TEATRO

, Fatti di cinema

Prima del cinema, l’intrattenimento popolare, nelle corti o nelle piazze delle città, era affidato al teatro che ancora oggi è molto presente nella cultura occidentale e continua ad esercitare il suo innegabile fascino sui cineasti. Molti sono i registi che hanno realizzato film ispirandosi a opere teatrali o persino adattando per il grande schermo delle drammaturgie destinate al palcoscenico: da Roman Polanski, con il suo Carnage (2011), tratto dall’opera teatrale Il dio del massacro, a Xavier Dolan, che ha portato al cinema la pièce di Jean-Luc Lagarce, Giusto la fine del mondo.

Sono molti anche i registi esordienti che hanno deciso di debuttare con degli adattamenti di opere teatrali. In particolare, molti registi alle prime armi si sono cimentati con quello che viene considerato uno dei più grandi drammaturghi dell’Occidente: William Shakespeare.

Kenneth Branagh, brillante attore shakespeariano e regista teatrale, decise di debuttare al cinema con Enrico V (1989), fedele trasposizione dell’omonima opera. A partire da questo piccolo gioiello, la carriera cinematografica di Branagh è segnata da molte altre trasposizioni di opere del Bardo, da Molto rumore per nulla (1993) a Nel bel mezzo di un gelido inverno (1995), fino al delizioso Pene d’amor perdute (2000), che offre una rilettura in chiave moderna del testo originale. 

Ed è proprio la rilettura dei testi shakespeariani che si rivela la carta vincente per i registi esordienti, perché riesce ad avvicinare il pubblico alla storia, mostrandola in un contesto più familiare, immediatamente comprensibile, esaltando tutta la freschezza e la modernità dei capolavori di Shakespeare. 

Questa scelta è stata adottata, ad esempio, da Gil Junger, la cui opera prima, Le dieci cose che odio di te (1998), offre un’efficace reinterpretazione della Bisbetica domata, portandola ai nostri giorni e ambientandola in un comune liceo di provincia americano. La stessa operazione è stata fatta dall’esordiente William Reilly, che nel 1990 debutta con Uomini d’onore, una rivisitazione del Macbeth nell’oscuro mondo della mafia newyorkese.

 

Altri registi preferiscono poi offrire diverse e inedite chiavi di lettura, pur scegliendo di mantenere l’ambientazione originale dei testi. È il caso di Claire McCarthy, che con il suo Ophelia (2018) ripropone il dramma di Amleto, ma dal punto di vista femminile.

Ciò che emerge da questi debutti è senz’altro l’intento, estremamente ammirevole, di mantenere una continuità fra passato e presente e di far conoscere, a distanza di centinaia di anni, una bellissima e irrinunciabile parte della nostra stessa cultura. 

A cura di Giulia Losi

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