TUTTE LE MIE NOTTI di Manfredi Lucibello (2018)

, Opere Prime

Alcuni film contemporanei, specialmente quelli più mainstream, hanno la tendenza a mostrare, forse, più del dovuto, a non lasciare spazio al non detto, a favore, invece, di continue spiegazioni, anche delle cose più semplici e ovvie.

Ci sono, però, delle pellicole che ancora resistono a questa tendenza: racconti fatti di silenzi e sguardi e che, per questo, risultano misteriosi e affascinanti.

Tutte le mie notti, opera prima di Manfredi Lucibello, fa parte di quest’ultima categoria. Il suo film racconta la vita, o meglio, due vite che si intrecciano, anche se per una sola notte. Un incontro che cambierà il loro corso per sempre.

Si tratta di Sara e Veronica, due donne, in apparenza, agli antipodi. La prima è una baby prostituta, le cui scelte di vita risultano pressoché incomprensibili al pubblico, dato che sembra una ragazza con una famiglia che le vuole bene e una vita normale.

La seconda è, invece, un avvocato di successo, al servizio di Federico, un uomo potente a capo di un’azienda milionaria. Eppure le due, a causa di una festa a base di alcol, droghe e sesso con esiti drammatici, sono destinate a incontrarsi.

Federico, organizzatore del festino, convince, infatti, Veronica a occuparsi della ragazza, potenziale testimone pericolosa. Ma non tutto è come sembra e, a volte, dietro un’apparenza già sufficientemente squallida, può celarsi un vero baratro di segreti e orrore.

Il film presenta una trama ben costruita, fatta di continue sorprese, che mantengono vivo l’interesse dello spettatore.

Eppure, questi plot twist non sono banalmente spiegati all’interno della narrazione, ma è lo spettatore che li elabora man mano, guidato da un’abile regia.

Manfredi Lucibello procede per sottrazione, limitandosi a suggerire gli eventi attraverso parole lasciate in sospeso, gesti e sguardi, che possono rivelarsi sorprendentemente significativi.

Di certo, tutto questo è stato possibile anche grazie alla bravura degli interpreti, da Barbora Bobulova, nei panni di una donna confusa e timorosa, che rivela poi un grande coraggio, a Benedetta Porcaroli e Alessio Boni, che incarna una figura sfuggente e ambigua, quasi un paradossale richiamo rovesciato alla “femme fatale” del cinema noir.

L’atmosfera di mistero e sospensione è ben resa anche grazie alle musiche, opera di Yakamoto Kotzuga, che si rivelano essere incredibilmente evocative.

Si tratta, nel complesso, di un’opera prima audace, che ricerca le atmosfere del thriller e del noir, mantenendosi in territori emotivi onirici e sospesi, seppur ancorati alla realtà, capaci di avvolgere e affascinare il pubblico, tenendolo incollato allo schermo.

di Giulia Losi

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