IL CORPO DELLA SPOSA di Michela Occhipinti (2019)

, Opere Prime

Ogni società trova il modo di mortificare e sacrificare il corpo femminile. Questo è ciò che, in fondo, racconta Il corpo della sposa, esordio nel lungometraggio di finzione di Michela Occhipinti.

La storia, scritta a quattro mani dalla regista insieme a Simona Coppini, è quella di Verida, una giovane donna mauritana, promessa in sposa dalla famiglia e costretta a ingrassare velocemente per compiacere i gusti del futuro marito.

Il gavage, antica tradizione prenuziale mauritana, che consiste nell’assunzione di circa dieci pasti completi al giorno, diventa quindi il fulcro del film: non solo una vera e propria tortura per la protagonista, ma anche il simbolo di una pratica culturale opprimente, a cui le nuove generazioni lentamente si ribellano.

La violenza esercitata sul corpo di Verida è lenta, subdola e inesorabile. Insopportabile, seppur non cruenta. La macchina da presa costringe lo spettatore ad assistervi sempre più da vicino e contemporaneamente costruisce una forte empatia con la protagonista.

La regia, in particolare, attinge molto a uno stile documentaristico ed etnografico, immergendosi in una realtà culturalmente molto lontana dall’Occidente, come quella della Mauritania, repubblica islamica nordafricana, senza voler mai costruire giudizi di valore.

Lo scopo, infatti, è quello di raccontare una storia trasversale, semplicemente umana, che assume forme e modalità diverse in ogni parte del mondo, ma che, alla fine, ruota sempre intorno alla crudeltà fisica e psicologica dei canoni estetici.

Quasi per contrappunto, tuttavia, Il corpo della sposa colpisce e rimane impresso nella memoria del pubblico proprio per la bellezza e la ricercatezza di ogni singolo dettaglio. La messa in scena, l’ambientazione, i costumi e, soprattutto, la fotografia riescono a cogliere il fascino dei luoghi e dei volti raccontati e, a tratti, contribuiscono a creare quasi dei tableaux vivants.

Un ottimo risultato, considerando che la troupe in Mauritania era estremamente ridotta e, come più volte affermato dalla regista, sul set mancavano figure essenziali come costumisti e scenografi.

Presentato al Festival di Berlino e unico film italiano in concorso quest’anno al Tribeca Film Festival, Il corpo della sposa è un film coraggioso, straziante e complesso, da molti punti di vista, produttivi – per l’ambientazione o la ridottissima troupe – o comunicativi – per la lingua e la specificità della storia messa in scena.

Nulla di tutto ciò ha, però, impedito la riuscita di un lavoro straordinario, dal respiro internazionale e significativamente realizzato da una troupe quasi del tutto femminile.

di Valeria Verbaro

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