Cannes 2019: il trionfo delle opere prime engagées

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L’immagine di una piccola donna dal caschetto iconico e dal profilo indimenticabile, “arrampicata” dietro alla macchina da presa, riletta giocosamente in versione pop art, ha invaso la Croisette nei giorni del 72° Festival del Cinema di Cannes

È stato il personale omaggio della comunità dei cinefili a una maestra eccezionale, da poco scomparsa, Agnès Varda. La foto-manifesto è stata scattata sul set de La pointe courte (1955), suo primo lungometraggio, che André Bazin, padre dei Cahiers du Cinéma, aveva definito «un film miracoloso».

E forse proprio l’insegnamento di Varda –  lei che, da donna tra gli uomini, non ne voleva sapere di ghetti ed etichette, lei sempre attiva e impegnata –  sembra aver offerto in qualche modo le linee guida per un palmarès ricchissimo di opere prime e “prime volte”, ma sempre attento all’engagement.

“Les misérables” di Ladj Ly

In un’edizione più che mai ricca di attesissimi grandi nomi del cinema internazionale, del calibro di Quentin Tarantino, Jim Jarmusch, Terrence Malick, Pedro Almodóvar, per citarne alcuni, e di habitués del Festival come Ken Loach, a trionfare sono stati degli outsider.

La Palma d’oro assegnata all’unanimità a Parasite di Bong Joon-ho, primo regista coreano a vincere sulla Croisette, ma soprattutto i premi assegnati alle sole due opere prime presenti nella Selezione Ufficiale.

Il Grand Prix per Atlantique della regista francese di origini senegalesi Mati Diop e il Premio della Giuria (ex aequo con Bacurau) a Ladj Ly con il suo eccezionale Les misérables parlano chiaro.

In un’Europa e in un mondo in cui il classismo, il razzismo e la perdita dell’umanità sono il tragico quotidiano, la cultura in primis deve farsi baluardo di resistenza.

“Atlantique” di Mati Diop

Ed è questo, forse, che accomuna i tre film, ciascuno a suo modo radicato nella bruciante attualità, senza dimenticare che la Caméra d’or di quest’anno è andata a Nuestras Madres di César Dìaz, film guatemalteco sulla ricerca disperata dei corpi dei desaparecidos.

Queste opere prime coraggiose, umaniste e politiche insieme, intendono dar voce agli ultimi, ai marginali, a tutti coloro che devono “sfidare” le insidiose leggi del mare, a quanti devono affrontare ogni giorno la miseria della periferia e lo fanno senza ipocrisie, manicheismo o clichés, ma mossi piuttosto da una necessità sentita sulla propria pelle.

“Nuestras Madres” di César Dìaz

In un’intervista, all’indomani della premiazione, Mati Diop ha detto: «Mi sono ritrovata in un momento storico molto particolare, in cui masse di giovani lasciavano le coste senegalesi diretti in Spagna, per lasciarsi alle spalle la disoccupazione e condizioni molto difficili. Ero lì e sono stata una testimone diretta di questo momento».

È questo il punto: siamo di fronte a un cinema che sa essere testimonianza, memoria, monito, un cinema radicato nel mondo in cui viviamo – seppur trasfigurato, sia chiaro, dalla macchina da presa – ma che al contempo riesce a oltrepassare l’autoreferenzialità occidentale, cui siamo abituati, dando finalmente voce all’Altro.

Un cinema potente, seppur acerbo, che non ha lasciato indifferenti i giurati e ha sbaragliato una concorrenza davvero “ingombrante”, sorprendendoci tutti.

di Dafne Franceschetti

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