Never-Ending Man, viaggio tra le rinascite di Miyazaki

, Fatti di cinema

«Uno dei vantaggi della vecchiaia è che non c’è più nulla da perdere» sembrano ancora oggi riecheggiare le parole della curva e trafelata Sophie, protagonista dell’ormai antologico Castello errante di Howl. Lei, docile fanciulla sognatrice, divenuta d’un colpo l’affabile vecchietta della porta accanto. Quasi come se quell’infelice sortilegio, che la volle inspiegabilmente privata della sua candida bellezza, le impediva al contempo di amare e di essere amata. Le lusinghe verso il fascinoso e inarrivabile Howl sembravano non aver più senso e quel che le restava, almeno in apparenza, era aspettare il giorno in cui la vita le sarebbe sfuggita di mano. Senza che avesse potuto godere appieno dei frutti della gioventù, la sua impavida sete di rinnovamento. Il finale volle però un esito ben diverso. Sophie venne restituita della sua bellezza, oltre che del suo tempo, appurando così la sua vera essenza: è l’amore che irradia di meraviglia ciò che si vive. Ma perché le spettò questa sorte? qual era il senso di quella lezione? e soprattutto, era una lezione così necessaria? viene da scomodare Porco Rosso: «Marco, ma perché ti sei trasformato in un maiale?» il viso dell’aviatore non si scalfisce, nella sua risposta non vi è alcun cenno di riluttanza, né un senso di malinconico abbandono, solo il pudore, l’inerte accettazione di quel che la sorte, o qual che sia, ha voluto: «e chi lo sa…». Chi l’ha detto che un’incantesimo ha necessariamente bisogno di spiegazioni? forse lo spasmodico, mai sopito e tutto occidentale bisogno di dover trarre deduzioni razionali ad ogni costo, anche a ciò che si immagina, ci ha col tempo allontanato dagli aspetti più elementari della nostra permanenza. Ci si interroga a lungo sul cambiamento senza considerare che esso possa avvenire naturalmente, senza preavviso. Il cambiamento sfugge. Forse esso non è tale, bensì è evoluzione, un panta rei rigenerante, che accoglie in sé vita e morte.

Osservando l’intrigante docu-film d’esordio di Kaku Arakawa, Never-Ending Man, sembra in effetti impossibile parlare dell’ “uomo senza fine” Hayao Miyazaki prescindendo dall’incantesimo. Non si tratta però di una semplice metamorfosi, superficiale e inalterata, ma di un’autentica trasformazione. Una rinascita che chiama a sé la pura essenza del “ghost” (per menzionare l’opera di un altro maestro, Mamoru Oshii, con Ghost in the Shell), la componente atavica di ciascun individuo. Ogni chiusura presuppone inevitabilmente un nuovo inizio. Ciò che distrugge secerne in sé le risposte per dar ordine al caos della creazione. Nulla di troppo lontano da quanto messo in luce da Lynch nell’ellittica 3×08 di Twin Peaks, che sfruttava un’alone allegorio-grottesco per rappresentare gli ossimori della contemporaneità (si rifletta solo sull’evocativa apparizione del fungo atomico che va a compenetrarsi col feto adulto fluttuante nel cosmo indefinito). Non è un caso se l’opera di Arakawa si apra proprio con un epilogo: la conferenza stampa del 2013, successiva all’ottimo seguito de Si alza il vento, in cui Miyazaki scandì con decisione l’addio al grande schermo. Non un ritiro così inatteso, visto che l’autore confessava da tempo la difficoltà a lavorare, a ritagliarsi la giusta concentrazione per ingegnare nuovi spunti. A questo si andava inoltre a sommare l’idiosincrasia, mai nascosta, verso la computer grafica, il rifiuto al superamento di un’animazione analogica e “convenzionale” a favore delle nuove tecnologie, colpevoli, a suo giudizio, di aver esautorato le storie della loro autenticità. «Ho come l’impressione che gli operatori CGI siano più interessati al movimento che al resto» commenta: «Ciò che conta è la volontà. Senza di essa non vi sarà mai alcun movimento». Perché sì, per “Miya-san” il logos è importante, ma lo è ancor di più il mythos. Ciò che dà vita a volti e creature tali da renderli iperrealistici sono i loro stessi racconti, ciò che li rendere ontologicamente speciali. Solo l’estro umano, di chi sa ricevere e restituire emozioni, fa sì che il tutto si concretizzi: «hai disegnato dei personaggi!» incalza il maestro alterato verso un suo collaboratore: «Devi disegnare delle persone!». In questo quadro è chiaro che il confortevole tratto della matita, che ha per matrice la mano l’ingegno di ciascun creativo, sembra essere la fonte più indispensabile per un movimento armonico e uniforme. Un’azione sospesa tra la relativa veridicità del singolo e lo stupore della favola, l’ineffabile prodigio di ciò che la metafora sa produrre. Cosa accadrebbe però se l’anima stessa di un personaggio, la sua esclusività, risiedesse proprio nel suo movimento?

Con Boro il Bruco (Kamushi no Boro) Miyazaki conosce la CGI. La incontra, prova a destrutturarla e a farla sua: «è un progetto su cui riflettevo da tempo, ma che ho sempre rimandato, non c’erano le tecniche adeguate… ora forse sarà possibile!». Parte così la tortuosa lavorazione di uno dei cortometraggi incompiuti più compiuti della storia dell’animazione, le avventure del temerario Boro, goffo diecipiedi prossimo a esplorare il mondo. Un progetto tramutatosi in una vera retrospettiva, un viaggio nella mente e nel cuore di un visionario a caccia di nuove visioni. L’insaziabile volontà di scovare un senso a ciò che potrebbe non averlo. La paura che la caducità del tempo possa lasciare in sospeso ogni quesito, anche quello che non ci si è mai posto. Il ragionevole dubbio che quel che si è detto, forse, non è stato abbastanza. Considerare anche la remota ipotesi che il progresso possa definirsi tale, donando nuove prospettive, modi di esprimersi, di creare e, sì, anche di vivere. Confessa Miya-san stesso: «meglio morire mentre si è impegnati a costruire qualcosa, piuttosto che non facendo niente. Preferisco morire pensando che devo continuare a vivere». Un esergo che fa da raccordo all’epifanica decisione di accantonare momentaneamente Boro per dedicarsi a un nuovo (ultimo?) lungometraggio, un’idea imprevista, ragionata e forse mai voluta. Un lavoro che è semplicemente “capitato” come il più improbabile degli incantesimi. Nulla che lasci presagire un semplice testamento artistico, bensì un nuovo orizzonte, un lido ancora tutto da esplorare.

Kimi-tachi wa dou ikiru ka? (in italiano, Come vivi?) recita il titolo di questa prossima ambiziosa pellicola. Un’opera che, stando a quanto riportato dal film di Arakawa, doveva essere ultimata entro l’anno corrente. Il tempo necessario per far sì che Miya-san potesse applicarsi con dovizia agli storyboard. How Do You Live? sarà la scelta per l’inglese. Quindi anche, Qual è il vostro modo di vivere? Un interrogativo che coinvolge fin da subito più pubblici, dai grandi ai più piccoli, ma con tutte le sembianze di un monito che il maestro rivolge a sé stesso. Trovar risposta alla vita nella vita stessa, che è creazione, rinascita. Una magia prodigiosa a cui è bene non sottrarsi. 

di Francesco Milo Cordeschi

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