BANGLA di Phaim Bhuiyan (2019)

, Opere Prime

Bangla è il vivace e pungente esordio di Phaim Bhuiyan, regista classe 1995, diplomatosi in Video Design e Filmmaking allo IED.

Tutto parte da una puntata del programma Rai Nemo – Nessuno escluso, intitolata L’amore di seconda generazione, che aveva per protagonista proprio Phaim, intento a raccontare ostacoli e difficoltà personali nel suo rapporto con le ragazze.

È stato così che Emanuele Scaringi, editor e regista Fandango, l’ha notato e segnalato a Domenico Procacci, decidendo di scommettere su questo giovane esordiente e sul suo potenziale narrativo e stilistico.

Nasce, quindi, Bangla, opera prima fortemente autobiografica, approdata in sala il 16 maggio, nella quale Phaim racconta di sé, definendosi «50% Bangla, 50% Italia e 100% Torpigna».

Il suo quartiere, infatti, la multietnica Torpignattara, è ciò che lo rappresenta di più e viene fotografata assecondando le sue molteplici anime e diventando, a tutti gli effetti, uno dei protagonisti della storia.

Torpignattara è un mondo parallelo in cui hipster, anziani e stranieri (definiti, autoironicamente, «tutti quelli che non sono romani da almeno sette generazioni») s’incontrano e convivono.

Phaim lavora come steward in un museo e suona in un gruppo, i Moon Star Studio, con cui prova invano a rivisitare canzoni tradizionali bengalesi, presentando la loro musica come “etnotrap”.

La sua famiglia è formata da una madre estremamente conservatrice, da un padre di una bonarietà al limite del menefreghismo e da una sorella scontrosa, in procinto di sposarsi.

Phaim vive completamente immerso nella sua realtà, tra abitudini e insofferenze, fino al giorno in cui incontra in un locale Asia (Carlotta Antonelli), studentessa di Roma Nord con genitori separati e una famiglia allargata.

È subito colpo di fulmine, immediatamente ricambiato. Ma Phaim è combattuto. La sua religione gli vieta tassativamente di avere rapporti sessuali prima del matrimonio e, oltretutto, la sua famiglia non vede di buon occhio i matrimoni misti. Giorno dopo giorno, però, Phaim si convince sempre più di aver finalmente incontrato l’amore.

Prodotto da Fandango e TIM Vision e distribuito dalla stessa Fandango, Bangla racchiude e sprigiona una freschezza e una leggerezza salvifiche nell’affrontare un tema spinoso e controverso, quello dell’incontro fra culture e religioni, fra modernità e tradizione.

Phaim, che interpreta anche il protagonista, adotta una recitazione straniante, acerba, a tratti buffa, fatta di espressioni esasperate, di gesti contenuti e di un’irresistibile apatia nei monologhi e nelle conversazioni.

Un po’ Nanni Moretti degli esordi, un po’ Valerio Mastandrea ai tempi di Tutti giù per terra (1997) di Ferrario. Ma con qualcosa di fresco, che rimanda all’Aziz Ansari di Master of None, basti pensare ai siparietti in cui Phaim e il suo amico si confrontano sulle italiane.

A dividere la scena con Phaim un cast di tutto rispetto, che vanta come comprimaria una bravissima Carlotta Antonelli (volto già noto al pubblico per aver interpretato Angelica in Suburra – La serie) e in brevi ma esilaranti apparizioni un Pietro Sermonti memorabile.

A lui, peraltro, è affidata una fugace, ma significativa battuta sullo ius soli: «Quindi, sei nato in Italia e hai la cittadinanza italiana, no?». «Sì, l’ho presa a 18 anni». «È un Paese di merda».

In un piccolo, ma spassoso ruolo anche Simone Liberati (ormai un habitué delle opere prime, dopo Cuori puri di De Paolis e La profezia dell’armadillo di Scaringi), che in Bangla interpreta un taciturno spacciatore, amico perfetto per Phaim, sempre pronto ad ascoltare le sue disavventure e i suoi problemi esistenziali.

A questi volti noti, di attori già rodati, si affianca un cast esplosivo di esordienti o comunque interpreti non ancora del tutto affermati, fra cui Sahila Mohiuddin, Raja Sethi e Sanija Shoshi Haque.

Giocando con gli stereotipi in una sceneggiatura senza peli sulla lingua, firmata dallo stesso Bhuiyan e da Vanessa Picciarelli, Bangla colpisce nel segno e fa emergere forte e chiara la necessità di un confronto innanzitutto generazionale, tra genitori e figli, ma anche sociale. Il tutto sostenuto da una regia dinamica e con la giusta inventiva.

«Tu sei bellissima. E io mo che faccio? Maledette le religioni». Questa tagliente battuta si rivela la perfetta conclusione di un dialogo ancora irrisolto tra carne e spirito, portando alla luce e all’attenzione di tutti delle incongruenze e dei tabù che sono ancora alla base del nostro quotidiano vivere.

di Camilla Di Spirito

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