IL CAMPIONE di Leonardo D’Agostini (2019)

, Opere Prime

Il film d’esordio di Leonardo D’Agostini ha un titolo ingannevole, Il Campione. Ci si aspetterebbe un film d’intrattenimento tutto incentrato sul calcio e sulla parabola del successo, sul modello della trilogia americana Goal! – d’altronde, gran parte dei bambini e ragazzi in Italia sogna di diventare un calciatore di successo, d’indossare la propria maglia del cuore ed esultare sotto la curva facendo esplodere il tifo – ma si rimarrebbe sorpresi.        

Pur restando nel terreno confortevole del cinema commerciale, la squadra formata da D’Agostini alla regia e Giulia Steigerwalt alla scrittura, sotto la vigile supervisione di due pilastri come Matteo Rovere e Sydney Sibilia (ricordiamoci il successo di Smetto quando voglio) e con gli ingenti mezzi messi in campo dalla Grøenlandia Group, modella con abilità e freschezza una storia per nulla originale, ma senza dubbio efficace e credibile.

Questo soprattutto grazie all’interpretazione dei due protagonisti, Stefano Accorsi, nel ruolo del professore privato incaricato della missione impossibile (?) di far prendere la maturità al ribelle campione dell’AS Roma, Christian Ferro, interpretato da un eccellente Andrea Carpenzano.

Lui questo sogno l’ha raggiunto: dalla periferia romana a una vita milionaria, con macchine, feste e tutte le ragazze che desidera. Nel suo quartiere, il Trullo, è un eroe e il suo ritratto, realizzato dall’artista Jorit, campeggia sulle palazzine popolari.

Il suo carattere spigoloso è sintomo di una profonda solitudine e sofferenza, che il professore Vittorio proverà a domare. I loro sono due mondi che non si conoscono e che s’incontrano dopo una diffidenza iniziale, due generazioni, due stili di vita a confronto.

Il calcio resta, allora, solo a far da fondale – proprio perché simbolo di un medium per raggiungere un successo, se non effimero, quantomeno mutevole, in cui questi giovani fenomeni non sono altro che pedine per le società cui appartengono senza alcun diritto di scelta – a una storia di formazione il cui centro è il rapporto maestro-allievo e, ancor più a fondo, quello tra padre e figlio.

Il copione sembra, infatti, attingere molto a quel filone comico-generazionale rilanciato da Francesco Bruni, da Scialla! a Tutto quello che vuoi – che non a caso ha segnato l’esordio del talentuoso Carpenzano – con un occhio a quei film americani di grande successo come Will Hunting – Genio ribelle o L’attimo fuggente, innestandovi spunti più drammatici, che evitano repentinamente di scadere nel retorico, o almeno ci provano.

Certo, si tratta d’un film non perfetto, non indimenticabile, commerciale, ma non per questo da evitare. Ben scritto, ben girato, con una colonna sonora eclettica e molto cool, che punta tutto sul cast.

È da esperimenti di questo tipo che la cinematografia mainstream italiana dovrebbe ripartire per riportare i meno cinefili davanti al grande schermo.

di Dafne Franceschetti

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