Into the Spider-Verse: storia di un mezzo esordio

«I love Hispanics!» scandiva convinto sui propri social il numero uno della Casa Bianca, Donald Trump, in occasione del Cinco de Mayo. Il tutto non prima di aver sfoggiato smaccati encomi ai taco bowls della Trump Tower, a suo avviso tra i migliori che il mercato gastronomico possa ad oggi vantare.

Una gaffe, l’ennesima, meritevole di essere offuscata tra risate dissacratorie (se non isteriche). Anzi, nello spirito decontestualizzante del post, potrebbe essere più eccitante attingere da quel poco di tangibile espresso per rilanciare uno spunto dedicato allo show business.

Torniamo al principio: «I love Hispanics!». E come non pensare, proprio sulla scia dell’anzidetto Cinco de Mayo, all’ottimo seguito riscosso nell’ultima stagione di Home Video da Spider-Man: Into the Spider-Verse.

Pellicola quest’ultima che ospita, tra i protagonisti, lo studente afro-ispanico Miles Morales, amato lo scorso inverno dal grande pubblico e ancora nei cuori degli spettatori e fan Marvel più veraci.

Il 10 aprile la Universal Pictures ha rilasciato il film in DVD, Blu Ray, Blu Ray 3D, 4k Ultra HD e Digital HD, avvalorando il successo del Premio Oscar per l’animazione 2018, tra i lungometraggi più rivoluzionari tanto del filone cinefumettistico quanto del genere nel suo insieme.

Un exploit che rende onore al lavoro di china svolto da Brian Michael Bendis e dalla nostra Sara Pichelli, rispettivi padre e madre creativi del personaggio, ma soprattutto a quello di tre nomi: Bob Persichetti, Christopher Miller e Rodney Rothman, le sei mani autrici del film.

Si parla non a caso di “mani”, prima ancora che di “menti”, visto e considerato che la verve dirompente del loro lavoro risiede anche e soprattutto nelle tecniche adottate, senza nulla togliere all’impressionante mole contenutistica progettata.

Ciò che rimarrà di una delle opere più eclettiche degli ultimi dieci anni sarà, infatti, lo stile introdotto, la sua iper-modernità, nel senso più stretto del termine, l’aver commistionato uno stile analogico, per lo più fedele alla scorrevolezza di lettura tipica del fumetto, alle pratiche più aggiornate (fra tutte l’irrinunciabile 3D).

Niente CGI, nessuna fluidità che possa addurre alle digital performance dell’ultima ondata. Il film scorre, infatti, a 12 fotogrammi al secondo e non ai canonici 24, eludendo i cosiddetti “fotogrammi intermedi”, grazie ai quali era possibile rendere più mimica e dinamica l’azione.

Ciò che va a delinearsi agli occhi dello spettatore è, quindi, un’esperienza grafica a tutti gli effetti, un vortice incalzante di colori e immagini che riesce ad ammiccare allo sterminato repertorio di vignette, balloon e riquadri dello sparatele della Grande Mela.

Viene da chiedersi quanto sia stato detto sul film in questione e quanto ancora si potrebbe scoprire sui suoi stessi mentori. Potrebbe sorprendere sapere, infatti, che due dei registi coinvolti nel progetto, Persichetti e Rothman, fossero alla loro prima grande prova di lungometraggio.

Entrambi vantano un background da showrunner e art designer fitto ed eterogeneo, che spazia attraverso approcci tra loro incredibilmente variopinti: dalla plastilina di Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro (2005), di cui Persichetti curò parte dello storyboard, passando per Il Pianeta del Tesoro (2002), degno ponte generazionale tra due diversi registri, un’animazione tradizionale prossima ad accogliere le novità apportate dal digitale.

Diversi i retroscena di Rothman, compositore, produttore e sceneggiatore, che annovera un lungo contributo al David Letterman Show, in qualità di autore, oltre che di pellicole dall’ironia convulsa e dallo stile ibrido.

Al netto della sua discutibile riuscita, va ammesso che alla base de Il grande match (2013), commedia sportiva con Sylvester Stallone e Robert De Niro, vecchi e insaziabili nemici/amici prossimi a darsele a dispetto dell’età, vi era un timido tentativo di “revival”.

Di attualizzare il passato, scomodando alcune delle sue icone più celebrate per renderle fruibili al pubblico di oggi, alle sue istanze e diversità.

Parliamo, quindi, di lavori incasellabili, ognuno nelle sue particolarità tecniche e narratologiche, come dei degni “prequel” ideologici dell’opera monumentale targata Sony. Un multiverso di piccoli esordi espressivi, debitori di conoscenze pregresse e nuovi stilemi, in cui ciò che c’è stato è una risorsa per tradurre al meglio linguaggi inesplorati.

di Francesco Milo Cordeschi