Opere prime ad alto budget: fiducia agli esordienti.

Spesso si tende a pensare alle opere prime come a delle produzioni con budget ridotto. Questo perché è raro trovare un produttore disposto ad investire ingenti somme sul profitto di un regista esordiente. Ma non sempre è così: esistono infatti delle opere prime a budget altissimo, che non solo presentano trame complesse, svariate ambientazioni e notevoli effetti speciali, ma anche star d’eccezione come protagonisti.

Due esempi sono, Transcendence di Wally Pfister e Deadpool di Tim Miller, due film profondamente diversi, ma accomunati da un budget stellare. Il primo, infatti, ha una spesa stimata fra i 100 e i 150 milioni di dollari, mentre il secondo, sebbene abbia avuto costi più contenuti, presenta comunque  un budget che si aggira intorno ai 58 milioni di dollari: una cifra molto alta, soprattutto se si considera che si tratta di un’opera prima.

A parte gli altissimi costi di produzione e il fatto di essere opere d’esordio, poi, i due film hanno ben poco in comune: il primo è una pellicola a tema fantascientifico in cui uno scienziato specializzato in intelligenze artificiali scopre un modo per rendere gli uomini immortali attraverso la rigenerazione dei tessuti, con risultati che si riveleranno catastrofici. Il secondo, invece, è un cinecomic destinato a diventare iconico per la sua irriverenza e per il suo spiccato black humor.

Agli antipodi sono stati anche gli esiti al botteghino: Transcendence, nonostante i grossi investimenti e la presenza di una star come Johnny Depp nei panni del protagonista, si e rivelato un colossale flop, fatturando solo 103 milioni di dollari in tutto il mondo e non arrivando, pertanto, a coprire le spese spropositate. Il secondo, invece, è stato apprezzato da pubblico e critica, riscuotendo ben 783 milioni di dollari.

Ma sicuramente questi non sono i soli due esempi di opere prime ad alto budget: fra gli altri, troviamo 12 soldiers di Nicolai Fuglsig, con 35 milioni di dollari, Confessioni di una mente pericolosa, pellicola d’esordio di George Clooney come regista, costata 29 milioni di dollari e Un topolino sotto sfratto di Gore Verbinski, noto “scialacquatore” cinematografico, con 39 milioni di dollari.

Certo bisogna chiedersi cosa abbia convinto i produttori a investire cifre così ingenti, dal momento che, per garantirsi il successo al botteghino, in questi casi non è possibile contare sulla fama del regista.

In alcuni casi, il motivo sta nel fatto che il regista è già noto per altre attività, sempre in ambito cinematografico: è il caso di Wally Pfister, già noto per essere il direttore della fotografia di fiducia di Cristopher Nolan, che, per la sua opera d’esordio, ha voluto supportarlo in qualità di produttore. Lo stesso vale per Tim Miller, già direttore creativo per film del calibro di Millennium: uomini che odiano le donne di David Fincher e Thor: The Dark World di Alan Taylor. O, nel caso di George Clooney, essendo già un attore più che affermato e particolarmente amato, il successo al botteghino sarebbe stato pressoché assicurato.

Più complesso è il caso di Fuglsig, in quanto si tratta di una figura totalmente esterna all’ambiente cinematografico. Si tratta infatti di un giornalista che si è fatto notare grazie al documentario di quindici minuti Return of the Exile, trasmesso sulla TV danese. Il buon successo del documentario e il tema patriottico del film, relativo alle imprese dei soldati americani in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre hanno senz’altro convinto i produttori, al punto da concedersi delle guest star come Chris Hemsworth e Michael Shannon.

Verbinski, invece, si era fatto notare per diversi videoclip musicali e spot pubblicitari, fra cui uno per la Budweiser che gli è valso diversi riconoscimenti internazionali. Forse proprio questa sua versatilità, questa sua attenzione nei confronti anche dell’aspetto più strettamente commerciale gli ha fatto guadagnare la fiducia delle case di produzione: già la sua opera prima ha compensato le forti somme spese con un guadagno di 120 milioni di dollari.

È indubbio che spesso la fiducia paga. Ed è ciò di cui hanno bisogno e che si meritano i registi esordienti: fiducia nel loro talento e un pizzico di coraggio.

di Giulia Losi