OGNUNO HA DIRITTO AD AMARE – TOUCH ME NOT di Adina Pintilie (2018)

Il corpo e la parola: su questo binomio ci si è interrogati a lungo. Pasolini in un celebre verso diceva di voler «gettare il proprio corpo nella lotta» ed il suo “parallelo” Foucault si interrogò a lungo su quale corpo la società dovesse avere. È sul corpo che si esercitano le violenze della nostra società e le pratiche censorie. Il corpo che si dà voce, soprattutto se non perfetto, disabile, in qualche modo non conforme o diverso, è considerato osceno.

È da qui che muove Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not, il controverso film di Adina Pintilie, che ha vinto, tra le polemiche, l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2018, dopo che l’edizione precedente aveva premiato un’altra regista dell’est Europa, Ildikó Enyedi, col bel Corpo e Anima.

Dopo un esordio documentaristico, Pintilie si cimenta in un lungometraggio sperimentale che non ha convinto la critica italiana,  un genere ibrido che unisce finzione, cinema del vero,  performance artistica e journal intime, nutrendosi a fondo della linfa della pornografia femminista berlinese di nuova generazione.

Un film-saggio che vuole indagare la sfera dell’erotismo e dell’intimità, delle difficoltà nei rapporti tra persone, con la regista stessa che si fa protagonista, mostrandosi davanti come dietro alla macchina da presa, dialogando con i suoi personaggi, a cominciare da Laura, incapace di avvicinarsi fisicamente agli altri, interpretata da Laura Benson, attrice che sorprende per l’intensità e la forza scenica; Tòmas immobilizzato in un limbo amoroso – messo in scena da Tòmas Lemarquis, che abbiamo visto di recente in Blade Runner 2049ed infine il vero tetraplegico Christian, alle prese con le sue pulsioni sessuali, e con la difficoltà di gestire un corpo che nella nostra società reca lo stigma della disabilità, troppo spesso legata alla falsa idea di asessualità.

In Touch Me Not, dunque, finzione e realtà s’intrecciano su uno sfondo clinico” in cui tutto è glaciale, asettico, dalla fotografia ai costumi, e i personaggi appaiono quasi come delle cavie da osservare o come i protagonisti sospesi di un’installazione artistica.

Qui, nella dicotomia tra corpo e parola, sembra però vincere quest’ultima. Non c’è spazio, infatti, per il godimento del corpo, per la gioiosità e la ribellione, né per quell’intimità che voleva essere protagonista; resta narcisisticamente l’Io della regista alle prese con la propria personale jouissance, inficiando così il risultato di un film che aveva grande potenziale.

Il lavoro di Pintilie, seppur non del tutto convincente ha, però il grande pregio di portare alla luce – nel suo caso bianca e freddissima – per di più in una kermesse del livello della Berlinale, un tema spinoso e necessario come quello dell’educazione alla sessualità ed all’affettività libera da costrizioni, l’indagine della sfera del corpo come quella delle emozioni, senza genere e senza confini, perché oggi è più che mai necessario imparare a conoscerci, quando invece spesso, come la Laura del film, «pur vivendo il nostro corpo, non lo conosciamo affatto». E allora l’Arte dovrebbe riappropriarsi del suo ruolo e guidarci in questa presa di coscienza personale e collettiva.

di Dafne Franceschetti