UNICORN STORE di Brie Larson (2017)

Unicorn Store è l’esordio alla regia della talentuosa attrice Brie Larson, che, appena ventinovenne, può già vantare numerosi riconoscimenti e una fama internazionale grazie alla sua interpretazione di Captain Marvel, l’ultimo personaggio cinematografico firmato MCU.

Nella sua opera prima, di cui è anche protagonista, interpreta però un personaggio tutt’altro che eroico: una giovane donna, Kit, cacciata dell’accademia di belle arti a causa dei suoi fallimenti artistici, in perenne conflitto con i genitori e che preferisce circondarsi di un mondo fatato e immaginario fatto di lustrini, anziché affrontare la vita adulta.

Un giorno, quando finalmente riesce a trovare un lavoro di stagista presso una grossa azienda di pubblicità, riceve uno strano invito.

Un biglietto variopinto con su scritto il suo nome la chiede di recarsi in un bizzarro negozio chiamato The Store, dove la accoglie un uomo altrettanto bizzarro vestito di rosa (a cui dà il volto Samuel L. Jackson, che torna a fare da spalla alla Larson, dopo il ruolo di Nick Fury in Captain Marvel).

L’uomo, dopo aver mostrato a Kit lo strano luogo in cui si trovano, pieno di brillantini, arcobaleni e vezzose decorazioni, le offre l’opportunità di realizzare il sogno della sua vita: adottare un unicorno.

Fin da piccola, infatti, Kit ha sognato il mitico animale, arrivando addirittura a pensarlo come suo amico immaginario.

La donna accetta con entusiasmo, ma lo strano venditore la avverte: potrà avere il suo unicorno solo ad alcune condizioni, tra cui la costruzione di una stalla apposita e la risoluzione di tutti i suoi problemi familiari, perché, si sa, gli unicorni si nutrono anche e soprattutto di amore.

Unicorn Store è senz’altro un film originale, sia per le tematiche, sia per la messa in scena.

Le atmosfere oniriche evocate dal negozio di unicorni, intervallate dall’alienante ambientazione dell’ufficio in cui lavora la protagonista, fatto di grigi cubicoli abitati da tristi impiegati, creano un effetto di spaesamento, al punto che lo spettatore si chiede confuso cosa sia reale e cosa frutto di finzione.

Brie Larson, perfettamente calata nella parte della protagonista, riesce a trasmettere tutto il disagio di una giovane donna che fatica ad entrare nella vita adulta, rifugiandosi costantemente nelle sue fantasie infantili.

Tuttavia, nonostante l’attrice dimostri una notevole disinvoltura a muoversi sia dietro sia davanti la cinepresa, il film lascia qualche perplessità, a cominciare proprio dalle scelte, estremamente personali, di tematiche e rappresentazione.

Malgrado la volontà di rappresentare il disagio di giovani uomini e giovani donne catapultati nella vita adulta sia interessante e sentita, il modo in cui tutto ciò viene messo in scena è, forse, un po’ troppo personale.

Al punto che lo spettatore si trova respinto, piuttosto che partecipe delle vicende. È come se la protagonista sbattesse in faccia al pubblico il suo mondo, senza filtri né mezze misure, in un modo talmente diretto e soggettivo che difficilmente qualcuno può sentirsi rappresentato o immedesimarsi completamente.

La personalità della protagonista è prorompente, vivace, ma invadente al punto da oscurare gli altri personaggi, delineati in maniera frettolosa. I genitori sono ridotti a stereotipi, l’amica dell’ufficio e Virgil, il ragazzo che aiuta Kit nella sua folle impresa, sono costruiti sbrigativamente  e relegati nell’ombra.

Per non parlare del capo dell’ufficio, una figura così ambigua e sospesa fra la macchietta e un discutibile “cattivo” da risultare fastidiosa.

Si tratta, nel complesso, di una piacevole pellicola di intrattenimento, certamente godibile, ma che affronta una tematica complessa senza il giusto approfondimento.

di Giulia Losi