CRONOS di Guillermo Del Toro (1993)

, Grandi Esordi

Nel 1993, l’allora ventinovenne Guillermo Del Toro si presenta al mondo del cinema con un lungometraggio che è prima di tutto una dichiarazione di poetica.

In Cronos, prodotto con il supporto del governo messicano, il regista accompagna gli spettatori in quell’universo misterioso, fiabesco, gotico, fantastico, che ne è oggi la sua cifra stilistica.

Il teorico Roger Caillois nel suo testo Au coeur du fantastique afferma che il «fantastico rivela uno scandalo, una lacerazione, un’irruzione insolita e quasi insopportabile nel mondo reale»: fantastico è ciò che troviamo inusuale, ciò che non ci è familiare e che, dunque, per dirla con le parole di Freud, risulta «perturbante».

L’atmosfera del film è totalmente ascrivibile a questo genere fantastico, più precisamente al suo sottoinsieme horror, con evidenti richiami alle opere narrative di Allan Poe e Lovecraft, ai b-movies e ai fumetti, ma anche al raffinato mondo magico-mostruoso del maestro dimenticato del cinema Segundo de Chomón.

Il film, girato con un budget ridotto – al punto che Del Toro dovette chiedere al suo amico attore Ron Perlman di ridurre il cachet d’ingaggio – racconta la storia di un vecchio antiquario, Jesus, che si ritrova tra le mani un misterioso oggetto prezioso, dalla forma d’insetto.

Questo si rivela essere un pericoloso marchingegno, creato dall’alchimista del XVI secolo Fulcanelli, per sconfiggere lo scorrere del tempo (da cui il titolo), raggiungendo la tanto agognata eterna giovinezza.

L’antiquario, interpretato da Federico Lippi, viene punto da questo “insetto” alchemico e subito ne sono chiari gli effetti: inizia a ringiovanire nel corpo e a riscoprire l’amore per sua moglie.

È facile immaginare che un simile oggetto abbia un lato malvagio e che possa essere pericoloso per chi non ne conosce le regole.

La chiave per utilizzarlo è conosciuta da un miliardario in fin di vita che invia il nipote, il già citato Ron Perlman, a scovare quest’oggetto prezioso, portandolo a scontrarsi con Jesus, ormai dipendente da queste straordinarie punture.

Spettatrice silenziosa di questi misteriosi eventi e cardine della storia è la nipote orfana di Jesus, Aurora, angelo salvifico, che offrirà al nonno la possibilità di redimersi.

Tramite lo sguardo della bambina, voce del regista, lo spettatore è traghettato in un mondo fantastico che si fa sempre più oscuro, anticipando così il leitmotiv dell’incubo “a misura di bambino” che ritroveremo nelle opere seguenti di Del Toro.

Il regista messicano sembra, infatti, ricercare sin dal suo esordio la tradizionale valenza apotropaica delle storie di fate, scritte per insegnare ai bambini ad affrontare il male.

Il film, elogiato dalla critica per la ricchezza e l’originalità di tematiche e per la ricca simbologia nascosta, mostra però ancora ingenuità, a partire dalla sceneggiatura, che risulta talvolta macchinosa, riflettendosi in un andamento poco scorrevole e godibile, che tradisce forse la smania di un giovane regista al suo debutto.

Degna di nota è la fotografia di Guillermo Navarro, che ci dà qui un gustoso assaggio di quell’atmosfera oscura e gotica, abitata da creature fantastiche, che andranno ad arricchire l’inconfondibile bestiario del cineasta, popolando i suoi capolavori.

Nonostante questo sia un mondo in cui «non si può più credere ai miracoli e ai prodigi» – come scrive Melani – abbiamo bisogno del fantastico e di un cinema, come quello di Del Toro, che ci fa vedere le cose, e persino la pagine più buie della storia dell’uomo, con occhi “altri”.

di Dafne Franceschetti

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