DAUGHTERS OF THE DUST di Julie Dash (1991)

Daughters of the Dust è stato il primo film di una regista afroamericana a essere distribuito nelle sale statunitensi, nel 1991.

Scritto, diretto e prodotto da Julie Dash, e ad oggi sua unica opera cinematografica, costituisce una delle vette più alte del cinema indipendente statunitense.

Una storia di donne e per le donne, che insieme incarnano la memoria del passato, l’instabilità del presente e la speranza nel futuro.

Ambientato nel 1902, Daughters of the Dust racconta i momenti di rito e celebrazione che precedono il trasferimento dell’ultima famiglia Gullah dall’Isola di Sant’Elena alla terraferma, nel vicino South Carolina.

I Gullah sono un’antica popolazione afroamericana stanziatasi nelle Sea Islands antistanti alla Georgia e al South Carolina.

Lontani da ogni altra popolazione hanno mantenuto nel tempo un legame molto forte con le tradizioni africane degli schiavi da cui discendono e hanno sviluppato un linguaggio ibrido, a metà fra l’inglese e le lingue d’origine.

Il riferimento culturale di Julie Dash, dunque, è estremamente specifico e si inserisce appieno nel racconto della diaspora africana.

La famiglia Peazant, e di conseguenza il popolo raccontato dalla Dash, è ancora fortemente connesso alla Natura in ogni suo aspetto, come sottolinea la costante presenza dell’acqua e della terra rossa e brulla nel film.

L’acqua salata è simbolo della traversata oceanica sulle navi degli schiavi, ma anche fonte di nuova vita. La terra è il suolo che finalmente i discendenti degli schiavi stessi abitano e possiedono, anche se stanno per lasciarla.

L’anima della Madre Africa emerge ovunque nelle isole: nei suoni del linguaggio, nelle tradizioni popolari e nel volto immobile di Nana Peazant, il capo della famiglia matriarcale, nell’animismo e nella magia che dà vita a ogni cosa, compresa la Bambina non ancora nata, ma narratrice in voice over della storia.

Proprio la figura di Nana incarna il passato, con i suoi ricordi indelebili, le cicatrici della schiavitù e i suoi riti voodoo.

Yellow Mary, giovane donna indipendente e disinibita, incarna il presente e una femminilità rivoluzionaria.

La Bambina nel grembo di Eula rappresenta, invece, il futuro e le aspettative di un popolo finalmente libero dalle catene.

Significativamente, però, tutte queste donne rimangono, con pochissimi e invisibili uomini, sulla loro isola, scrivendo per sé stesse un destino diverso da quello imposto dalla società.

Il rifiuto della forma mentis occidentale diventa così anche il rifiuto della colonizzazione culturale e l’asserzione di un altro tipo di civiltà, in un film destinato a rimanere ancora nella memoria di molte generazioni.

di Valeria Verbaro