LE IENE di Quentin Tarantino (1992)

, Grandi Esordi

Per qualcuno è il film più influente nella storia del cinema, secondo solo a Quarto potere di Orson Welles. Potremmo forse non essere d’accordo con quest’affermazione ardita, ma quel che è certo è che raramente abbiamo assistito a un esordio così.

Le iene di Quentin Tarantino ha da poco superato il suo venticinquesimo anno di età – è stato presentato al Sundance Film Festival nel gennaio del 1992 – ma ha già l’indiscusso statuto di icona.

Il giovane e appassionato cineasta, sin dal suo primo lungometraggio, ha creato un universo filmico talmente originale da fargli meritare un aggettivo.

Per molti, infatti, il ricco mondo tarantiniano è la silloge del cinema americano dei decenni precedenti: i suoi film rapidissimi e brillanti, con quei dialoghi arguti, con la violenza talmente pulp da sembrare quasi “cartoonizzata”, l’originale ritmo della narrazione, mai lineare, la musica sempre estremamente “giusta”, il citazionismo continuo e tutti gli altri ingredienti, sono il simbolo del postmodernismo su pellicola.

L’autore attinge a un patrimonio di film bellissimi e “bruttissimi” – è nota la sua passione per i B-movies – li decostruisce e li rimonta abilmente, sulla scia di quanto detto dal regista e grande critico Bogdanovich, che affermava che tutti i bei film sono già stati fatti e che, quindi, invece di rivolgersi alla realtà, per farne di nuovi basta guardare al patrimonio filmico esistente.

Le iene ha già molti di questi elementi. La storia, corale ma semplice, vede sei sconosciuti assoldati dal boss Joe Cabot e da suo figlio Eddie “il bello” per compiere una rapina, rapina che, pur essendo il fulcro attorno cui si svolge la vicenda, non si vedrà mai sullo schermo; la ritroveremo poi nel suo capolavoro Pulp Fiction.

Questo colpo, però, va a finire male e tra i “cani da rapina”questo era il primo titolo in italiano, poi cambiato nel più felice “Le iene” – s’insinua il dubbio che, tra di loro, vi sia un infiltrato.

Tarantino, da cinefilo qual è, si diverte a giocare con lo spettatore e, in un continuo balzare in avanti e tornare indietro della trama, semina qualche indizio fino al violentissimo colpo di scena finale.

Il cast ricchissimo, i colori accesi, l’uso della soggettiva e del trunk shotdiventato così celebre proprio grazie all’inquadratura in cui Mr. Blonde (Michael Madsen), Mr. Pink (Steve Buscemi) e Mr. White (Harvey Keitel), aprono il cofano della macchina e sovrastano l’agente loro prigioniero che “li guarda” dal basso – e la stesura dei dialoghi rendono il film un vero cult, un classico, un’opera che calvinianamente ha e avrà sempre qualcosa da dire e che, strizzando l’occhio alla cultura pop – sin dai primi minuti con il celeberrimo scambio su Like a Virgin di Madonna – raggiunge un pubblico molto esteso.

È stato detto, a tal proposito, che i dialoghi di Tarantino «sono come gli assoli del jazz», mostrano la bravura degli attori, sono scritti per piacere al pubblico, con il grande scopo di rendere spettacolare l’esistenza che poi, forse, è il ruolo del cinema stesso.

Con Le iene il regista combinatore, che quest’anno presenterà il suo nuovo (e ultimo?) lungometraggio, ha intrapreso la strada d’un cinema iperreale e citazionista, un cinema capace di celebrare la propria grandezza e di trasmetterla anche agli spettatori meno intellettuali e più pigri, e che avrà il suo primo grande riconoscimento con la Palma d’oro per Pulp Fiction, soffiata a Kieslowski, a sancire così il successo di questo cinema nuovo.

di Dafne Franceschetti