Jordan Peele, l’audacia degna di un eterno esordiente

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Al suo primo weekend in sala ha incassato circa 40 milioni di dollari tra Stati Uniti e Canada, mentre in Italia, dopo esattamente una settimana, vanta già la quarta posizione al box-office. I numeri dell’ultima fatica dell’afroamericano Jordan Peele parlano chiaro, ascrivendo l’horror Noi come uno dei fenomeno popolari del momento. La freschezza e la genuinità della sua opera seconda, profondamente radicata nell’impegno politico, seppur sottile, palesano ancora un’audacia degna di un vero esordiente. Sulla scia del precedente Get Out – Scappa che, sotto l’imponente insegna della Blumhouse Productions, portò a casa l’Oscar alla Migliore Sceneggiatura, torna un’ennesima e altresì potente allegoria sulla questione razziale, tutt’altro che superata, cui versano gli strati sociali più variegati degli Stati Uniti d’America. Il tutto a fronte dell’ormai consolidato scenario trumpista, che sembra aver sopraffatto la disillusione liberal dell’era post-Obama. Noi, nell’originale Us, attinge ancora una volta dal paradosso identitario della cultura afroamericana, ponendo come fatidico “If” narratologico un interrogativo ben preciso: cosa accadrebbe se il nemico della comunità cui apparteniamo fossimo noi stessi? una suggestione che sembra tragga spunto da un’intrigante aneddoto dello stesso regista: sembra che quando Peele chiamò per telefono Spike Lee per discutere del progetto BlackKklansman, fresco vincitore della statuetta alla sceneggiatura, che onora il lascito dell’amico, questo era prossimo ad un’ennesima visione di Get Out in un quartiere a maggioranza nera. Fu in quell’istante che l’autore maturò una riflessione su cosa volesse effettivamente significare far parte di un gruppo, specie quando ci si trova a fare i conti con dei probabili “disertori”: si pensi in tal senso alle adesioni millantate di celebrità quali Kaye West all’alone più destrorso del Partito Repubblicano, senza nulla togliere a come nel tempo l’influenza bianca attecchì personalità controverse quali OJ Simpson. La complessità del tema, benché incasellato in un genere per nomea mainstream come l’horror, riaccende il riflettori su quello che ad ora possiamo ritenere uno degli autori più discussi dell’attuale panorama Hollywoodiano. Scomodare ancora l’appellativo di “esordiente” per Peele, data la voluttuosa verve incline alla sperimentazione, non è quindi cosa da sottovalutare. Anzi, visti gli incredibili risvolti concettuali di Noi, è senz’altro un modo per continuare a nobilitare il suo operato, sempre più predisposto a degli aggiornamenti. Ma la domanda che forse potrebbe ulteriormente legittimare tale assunto non è tanto il «chi è Jordan Peele?» quanto il «chi era Jordan Peele prima ancora del suo esordio?».

I retroscena della carriera dell’autore, prima ancora del celebratissimo debutto su grande schermo, vogliono infatti un’impressionante e variopinto repertorio nello show business nell’insieme. Nulla che non lasci sospetti sulla sua innata capacità di apertura a più stili: desta non poche riflessioni il fatto che alla base di Get Out – Scappa vi siano gli sketch che Peele improvvisava da cabarettista assieme al collega Michael Key, anch’egli, come lui, “biracial”, nato cioè da un genitore bianco e dall’altro nero. In molti dei numeri che resero celebre la coppia Key&Peele ci si rapportava ironicamente agli stereotipi culturali, i miti della “razza” e alle contraddizioni dell’appartenenza identitaria. A far da sfondo agli irriverenti siparietti del duo vi era un 2012 agli albori della seconda amministrazione Obama, che arricchiva il disincanto di una società scevra dal retaggio storico schiavista e dalle oppressioni legislative dell’era Jim Crow. La comicità corrosiva di Key&Peele colpiva ai tempi proprio il numero uno della Casa Bianca, il più delle volte reso come un leader timido e talvolta reticente, non sempre disposto a parlare apertamente di razzismo e delle subalternità del sostrato nazionale. Il che sembrava a sorpresa presagire l’imminente caduta dei miti aperturisti di progressismo e inclusione, destinati a soccombere alle perentorie campagne pro-Trump. Una cesura che gettò d’un tratto luce sul lato più impulsivo, atavico e recondito dell’America, contemplando qualsivoglia estrazione e appartenenza politica, che andò a sublimarsi la sera dell’8 novembre 2016 con una delle vittorie repubblicane più atipiche di sempre. Una significativa “transizione”, se così si può definire, di cui Peele intercettò subito gli effetti, rovesciando il Vaso di Pandora di un paese apparentemente libero dagli irretimenti del proprio passato. Da qui l’intuizione che tali istanze potessero tradursi in uno dei linguaggi filmici tradizionalmente più popolari, quello orrorifico. Uno stile, più che un genere, a fronte del forte taglio ideologico che l’autore conferisce ai propri prodotti. Cosa che non gli impedisce di restituire al contempo la pura essenza dell’horror in sé: esplorare le regioni subconsce dell’essere umano, ripercorrendo la radici di un male nascosto, permanente e forse mai estirpato.

di Francesco Milo Cordeschi