Intervista a COSIMO TERLIZZI, regista di "DEI". A cura dei ragazzi del Circolo Arci Kirikù

Il Circolo Arci Kirikù dal 2018 organizza a Bitonto, in provincia di Bari, proiezioni, incontri ed esercitazioni pratiche con i suoi soci tesserati, studenti dai 15 ai 18 anni. L’obiettivo è formare giovani spettatori attivi, capaci di analizzare un’opera filmica in tutta la sua complessità e di confrontarsi criticamente sugli spunti e gli stimoli che offre.

I ragazzi hanno incontrato Cosimo Terlizzi, regista di Dei, e gli hanno posto alcune domande. Vi presentiamo la loro intervista:

Dalla metà degli anni ’90, Cosimo Terlizzi sviluppa il suo lavoro attraverso l’uso di diversi media (fotografia, performance, videoarte). Dopo il successo del docu-diario L’Uomo doppio, nel 2018 realizza Dei, suo primo lungometraggio di finzione.

  • Perché hai scelto di ambientare Dei nella tua terra natale.

Bari è la città che fa da faro, perché è il territorio che conosco meglio, che ho vissuto, e nel protagonista c’è qualcosa di mio. Bari è la casa da cui cominciare per un lavoro così impegnativo, visto che è un lavoro diverso dai miei precedenti, un dispositivo più complicato.

  • Il film poggia sul netto divario tra la città e la campagna, rappresentato anche dal conflitto interiore del protagonista Martino. Prendendo spunto da questa dualità, puoi spiegare la scelta personale di lasciare la tua terra e come questo incida nel linguaggio filmico?

Tutto il percorso che ho fatto mi ha riportato alla mia terra, è il luogo che mi parla, che ci dice la verità. È stato indispensabile per il mio lavoro lasciare la mia città perché nel mio ambito è fondamentale avere una contaminazione di più punti di vista e culture che la campagna non offre. Al tempo stesso, però, è stato necessario tornare nel mio paese d’origine, poiché è stato un modo per distaccarmi dalla frenetica vita cittadina. Tale ritorno, inoltre, mi ha permesso di trovare quella serenità che è stata vitale per la costruzione del mio lavoro.

  • Quali cambiamenti hai riscontrato dopo tanti anni?

L’evoluzione della tecnologia sull’ambiente lo ha influenzato negativamente, ma nonostante ciò Bari nel mio cuore manterrà sempre quella sacralità indissolubile. Penso, inoltre, che l’evoluzione abbia portato al distacco dell’uomo dalla Madre Terra. Tale discorso non vuole essere esclusivamente ambientalistico, vorrei che ci fosse solo più vicinanza alla propria terra. Infatti, sto montando un altro lavoro sempre diaristico, consecutivo a L’Uomo doppio, che si incentra sulla sensibilizzazione dell’uomo verso la natura.

  • Perché hai deciso di passare al lungometraggio di finzione, dopo tanti anni di produzione nel settore video-artistico?

In realtà l’obiettivo è lo stesso, ovvero quello di creare un’opera audiovisiva, ma è l’impiego di forze a essere differente. Nei lungometraggi di finzione prevalgono professionalità e tecnicismi destinati alla creazione di un prodotto che non sempre mira alla rappresentazione del reale.

  • Come hai gestito i casting degli attori? Sul set hai dato direttive precise?

Sicuramente c’è una linea guida ben precisa, ma al tempo stesso ho lasciato libere le loro personali sfumature attoriali per la costruzione dei personaggi. A differenza degli altri miei lavori, qui c’è una struttura fissa, la sceneggiatura, in cui per la costruzione dei personaggi ho cercato di rivedere nei loro occhi gli  amici d’infanzia.

  • Nel film c’è una scena in cui Martino e i suoi due amici guardano dall’alto la città di Bari, cosa vuol dire per te guardare le cose dall’alto?

Martino vede la città dall’alto come un impero affascinante. Oggi, purtroppo, quando guardo le città dall’alto vedo solo un deserto arido, privo della linfa vitale che, invece, era quell’elemento che incantava il mio occhio puerile.

 

  • Se dovessi pensare a un sequel di Dei?

Dei è un prodotto che si ispira al reale e, quindi, nel caso in cui dovessi pensare a un sequel sarebbe un altro specchio della mia quotidianità.

  • Sei stato nominato nuovo direttore artistico dell’Asolo Art Film Festival, come hai accolto questo nuovo incarico?

È stata una cosa inaspettata e mi sto interfacciando a questa esperienza come se dovessi comporre un’opera, anche per onorare la storia del Festival, che è stato il primo al mondo a rappresentare i film d’arte. Sicuramente tale incarico mi lusinga e penso che sia una possibilità per mettermi in gioco e imparare qualcosa da questa esperienza.

  • Cosa consigli a chi si affaccia oggi al mondo del cinema? Come farsi largo?

Sicuramente per potersi distinguere in questo campo è necessaria la costruzione di un prodotto autentico, che miri alla creazione di un percorso graduale, finalizzato al raggiungimento degli obiettivi in modo umile. Inoltre, penso che alla base dell’autenticità ci sia il punto di vista del regista, perché il pensiero di un soggetto è differente da quello di un altro. Credo che sia questo a costituire la base per la creazione di un prodotto originale.

a cura di Nicolò Ventafridda del circolo Arci Kirikù (Bitonto – Bari)

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