BALLA COI LUPI di Kevin Costner (1990)

Per un attore che si cimenta nella regia per la prima volta non è una scelta facile quella di girare un western in un momento, il 1990, in cui il genere era più che tramontato.

Eppure Balla coi lupi di Kevin Costner è un’operazione di innegabile successo, un vero e proprio cult stampato nella memoria collettiva e considerato un classico del cinema made in USA.

Nel 1865 il tenente John Dunbar (interpretato dallo stesso Costner), ferito durante un combattimento, cerca la morte sul campo per evitare l’amputazione del piede e trova, invece, la decorazione e la possibilità di scegliere a quale avamposto essere destinato.

Inizia così il suo viaggio verso un West mitico, spinto non tanto dall’avidità o dalla fame di successo (movente dei western tradizionali), bensì dalla più semplice curiosità: “I want to see the West before it is gone”.

La frontiera, tanto agognata, si rivela esattamente quello che ci si aspetta, un luogo di bellezza feroce e selvaggia, dove la presenza umana sembra quasi sempre un errore.

Eccezion fatta per il popolo dei Sioux, di cui Dunbar diviene progressivamente parte, rappresentati come una tribù pacifica che vive in armonia con la natura.

Dopo aver coronato la storia d’amore con Alzata con pugno, una bianca adottata dai Sioux fin dalla tenera età, e dopo aver scongiurato l’attacco da parte delle truppe americane, l’eroe solitario abbandona la tribù, in un ultimo tentativo di salvare un popolo destinato all’estinzione dalla storia.

Come ogni western “postumo”, Balla coi lupi conserva intatti alcuni topoi del genere, nel tentativo di una rappresentazione realistica e cruda di quella che fu, di fatto, un’avanzata militare, con il suo bagaglio di violenza e distruzione.

Se i toni restano quelli dell’epica, enfatizzati dalla magniloquente colonna sonora di John Barry, il film celebra la semplicità del suo protagonista e il rapporto con la natura. L’eroe non è il classico cowboy senza macchia, ma un soldato ligio al dovere, pronto a riconoscere la giustizia e l’onore nella sua forma più pura.

L’attitudine solitaria, amplificata dai grandi spazi catturati dalla fotografia di Dean Selmer, non lo rende privo di delicatezza e ironia, espressa dalle semplici osservazioni annotate sul suo diario.

Attraverso una regia disinvolta, anche se prolissa e a tratti ridondante, Costner cerca di restituire autenticità a uno dei miti fondativi dell’America, operando scelte inusuali come quella di utilizzare la lingua originale Pawnee e Lakota in diverse scene del film, o nell’attenta ricostruzione dei costumi tradizionali delle tribù indiane.

Sempre in riferimento al western classico, avviene qui un vero e proprio rovesciamento del punto di vista, laddove il viaggio dell’eroe arriva a compimento in concomitanza con l’integrazione con i Sioux e il definitivo cambio di appartenenza suggellato nel matrimonio.

Realizzando un kolossal ambizioso e pluripremiato (dall’Academy, ça va sans dire), Costner riscrive la frontiera, non senza incorrere nel rischio di dar vita a una fantasia sentimentale e cedendo, talvolta, alla retorica nostalgica verso le culture distrutte dall’avidità occidentale.

di Carlotta Centonze

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