«Non mi trovo bene in una società in cui gli uomini dominano le donne. Io amo la giustizia». Intervista a Xavier Legrand

, Fatti di cinema

Abbiamo incontrato Xavier Legrand, regista, attore e sceneggiatore francese, che ha riscosso notevoli consensi e apprezzamenti con la sua opera prima, Jusqu’à la garde, dopo aver ricevuto una candidatura all’Oscar nel 2014 per il suo cortometraggio Avant que de tout perdre.


  • Dopo aver ricevuto il Leone d’argento al 74° Festival di Venezia, Jusqu’à la garde ha conquistato diversi César 2019, tra cui quello per il miglior film e la migliore attrice.
    Durante la cerimonia, Léa Drucker ha voluto dedicare questo riconoscimento «a tutte le Miriam che si trovano a vivere questa tragica realtà», ringraziando le donne che si battono quotidianamente per la propria libertà e aggiungendo che si tratta d’un cammino, d’una lotta da fare insieme, donne e uomini.
    Cosa pensi di questa dichiarazione? Ti riconosci nelle parole di Léa Drucker che ti descrive come uomo, potremmo dire, femminista? È chiaro che questo tema ti sta a cuore, lo ritroviamo anche nel tuo cortometraggio d’esordio
    Avant que de tout perdre. Da dove viene quest’interesse?

    Sì, mi riconosco totalmente nella dichiarazione di Léa Drucker. Mi sono schierato in prima persona per far valere queste rivendicazioni, in veste ufficiale tramite le mie opere. In quanto uomo, credo sia importante prendere una posizione netta e inviare messaggi altrettanto chiari sull’uguaglianza Uomo-Donna. Pochi uomini lo fanno. E finché non saremo più numerosi, le cose non potranno cambiare. L’origine di questo interesse deriva semplicemente dal fatto che non mi trovo bene in una società in cui gli uomini dominano le donne. Io amo la giustizia, la tolleranza, l’uguaglianza e la parità. 

  • È molto interessante a tal proposito, l’immagine dell’uomo che tu mostri sullo schermo, tramite la figura del padre, interpretato da Denis Ménochet, che si rivela duro e violento, incapace di amare senza voler possedere, senza rabbia, senza dominio, un uomo estremamente narcisista, che diviene vittima di se stesso e di un’idea malata di mascolinità.
    Come hai costruito il suo personaggio? Trae origine dal tuo vissuto personale, dalla tua biografia?


    Prima di passare alla stesura della sceneggiatura ho fatto numerose indagini, lavorando assieme a dei professionisti per capire a fondo questo fenomeno della violenza all’interno della famiglia e, più nel dettaglio, quella che opera nella coppia. Per quanto riguarda la costruzione del personaggio di Antoine in particolare, ho assistito a delle riunioni di uomini che sono stati personalmente autori di violenze domestiche. Ho avuto, dunque, modo di ritrovare in ognuno di questi uomini dei fattori comuni ricorrenti che mi hanno offerto una base per costruire il personaggio.

  • La tua critica alla nostra società che, come scrive Bourdieu, ha interiorizzato a livello simbolico il dominio maschile, è molto diretta. La tua intenzione era mettere gli spettatori davanti alla realtà del dramma domestico e portarli a una presa di coscienza catartica?

    Sì. Il dominio maschile è radicato nelle nostre mentalità da secoli, e questo ruota proprio attorno a una costruzione patriarcale della famiglia. Le nozioni di “capofamiglia” e di “patria potestà” sono state eliminate dal nostro Codice Civile solo di recente, ma restano ancora forti nel sentire comune della nostra società. Il film mostra questo: il terrorismo patriarcale, un uomo, un marito, un padre, che ha scelto la violenza per mantenere il potere. Troppe famiglie sono toccate e sottomesse a questo tipo di regime che porta alcuni a commettere l’irreparabile. In Francia ciò avviene ogni tre giorni.

  • Si tratta di un film che tocca molti generi cinematografici differenti, dal cinema del reale fino al thriller, senza contare le chiare tracce che svelano le tue origini teatrali. Ma quali sono stati i tuoi modelli nella costruzione del film? Chi sono i tuoi padri spirituali?

    A dir la verità, non ho dei veri e propri punti di riferimento in materia di regia. Per quanto riguarda invece la scrittura della sceneggiatura, avevo in mente i generi e le atmosfere di tre film per aiutarmi a delineare la storia: si tratta di Kramer contro Kramer di Robert Benton, La morte corre sul fiume di Charles Laughton e Shining di Stanley Kubrick. Posso aggiungere che i miei padri spirituali sono Alfred Hitchcock, Michael Haneke e Claude Chabrol per il loro senso di suspense, per la tensione drammatica che ognuno di loro costruisce nel proprio personalissimo modo e per i temi che affrontano sullo schermo.

  • Il tuo film fa pensare, per certi aspetti, ad alcuni lavori di registi greci come Yorgos Lanthimos e Alexandros Avranas e alla loro visione nera, tragica, grottesca a volte, dell’universo familiare.

    Mi fa piacere perché sono dei registi che ammiro molto. Ho avuto la fortuna d’incontrare Alexandros Avranas durante il Festival del Cinema di Zagabria. Sono stato affascinato da Miss Violence.

  • E per quanto riguarda i tuoi progetti futuri, sei più orientato verso il teatro o il cinema?

    I progetti che ho per il futuro prevedono un continuo alternarsi tra le mie due attività di attore e regista. Reciterò presto a teatro in una pièce di Strindberg, Mademoiselle Julie, con Anna Mouglalis. Poi, nel 2020, in una creazione del regista teatrale Paul Desveaux, che monterà una pièce del drammaturgo francese Fabrice Melquiot su una figura chiave della fotografia americana, Diana Arbus. Inoltre, attualmente sono alle prese con la scrittura del mio prossimo lungometraggio.

  • Prima di concludere, vorrei tornare sull’argomento del cinema politico. Il tuo film è stato prodotto dalla KG production, fondata da Costa Gavras, un regista molto impegnato politicamente e non credo sia un caso. Che cosa pensi del ruolo di denuncia della settima arte oggi, della sua importanza civica?

    Credo che il cinema sia uno strumento forte per far sentire la propria voce. Il cinema è prima di tutto un’arte, deve divertire e far riflettere. Non deve portare delle risposte, però ha senza dubbio il compito di porre delle domande allo spettatore e di portare alla luce alcuni temi in modo da mostrarci altre visioni, altre prospettive. È la sospensione dell’incredulità, la “fiction”, a permettere questo: attraversare un soggetto dall’interno, empatizzare con i personaggi, a volte, ci permette di comprendere meglio le cose, ma in ogni caso ci porta a comprendere il mondo in modo nuovo, diverso.

    di Dafne Franceschetti

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.