True Detective 3, l’esordio seriale di Nic Pizzolatto

, Fatti di cinema

Si è chiusa da poco la terza stagione della serie targata HBO True Detective, forte, questa volta, dell’imponente presenza di Mahershala Ali, fresco del suo secondo Oscar per Green Book. Tanto (ma sempre troppo poco) si è detto di una stagione così spiazzante, la prima ad aver spaccato critica e pubblico in modo così netto.

L’evidente calo di ascolti registratosi fin da metà dicembre, sulla scia delle prime messe in onda del network, ne è stato fin da subito conferma: solo per il primo episodio si contano 1,4 milioni di spettatori, destinato poi a ridursi a 1,2 nel secondo.

Cifre ben distanti tanto dalla prima stagione, giunta a totalizzare oltre 2 milioni alla sua première, quanto dalla seconda, con più di 3 milioni al suo debutto tv. Dati, questi ultimi, ascrivibili all’ottimo esito riscosso nel 2014 dall’edizione che raccontava le indagini dei partner Rust e Marty nei labirintici meandri della Louisiana e alle aspettative per lo più disattese della seconda stagione, fortemente lontana per toni e script dal suo progenitore.

True Detective 3 è stata, quindi, costretta a subire l’ingombrante lascito dell’ultima débâcle e a dover ammiccare, al contempo, agli estimatori della prima stagione. Questa contingenza di fattori produttivo-distributivi, costata ben quattro anni di lavorazione a distanza dell’ultimo sequel con Vincent Vaughn e Colin Farrell, ha dato luce al capitolo forse più intrigante dell’antologia. Il tutto a dispetto dei numeri, non all’altezza delle precedenti stagioni.

Primo fattore di rilievo di questa nuova stagione è il debutto registico di Nic Pizzolatto, autore della serie, passato dietro la macchina da presa in occasione del quarto episodio, The Hour and The Day (in onda dal 27 gennaio) fino a If You Have Ghosts (3 febbraio), tra i segmenti più evocativi della stagione. Il grande passo di Pizzolatto da scrittore a cineasta seriale dovrebbe suggerire già l’impronta dell’ultima stagione.

Se non altro si potrebbe riconoscere la volontà di rendere l’intera stagione un’opera prima tout-court, in cui trapela a vista d’occhio la mano del creatore. Buona parte dei detrattori della terza serie tende tuttora a riconoscere la firma di Pizzolatto esclusivamente nel primo capitolo, non considerando che, nella sua diversità e nel suo inatteso cambio di registro, il secondo è opera della stessa penna. È per l’appunto nell’alterazione tra la prima e la seconda serie, nella transizione dall’intreccio a tinte esoteriche all’intrigo politico-finanziario, che risiede la vera firma dell’autore.

Serie antologiche a sfondo crime, quali Fargo, dovrebbero insegnarci che, in un insieme differenziato di storie e diegesi, non si può prescindere da un singolo capitolo per trarne l’intero spessore tematico. Un concetto quest’ultimo che può valere per la serialità tutta (orizzontale e verticale), ma ancor più per quella antologica.

Avere più stagioni, che differiscono tra loro per trama e fabula, dovrebbe fungere da stimolo per cogliere i leitmotiv e gli elementi di continuità. Insomma, è necessario identificare quelle differenze esclusive che rendono True Detective un prodotto di Pizzolatto.

Partendo dal presupposto che, nella serialità, la riconoscibilità autoriale si trova spesso a soccombere davanti a quella editoriale (un argomento ben più complesso, da rimandare a sedi più consone), ogni stagione andrebbe letta nelle sue singole specificità.

Nel caso di Pizzolatto, queste possono vigere nella cura caratteristica dei personaggi, ognuno dei quali presenta delle contraddizioni e incertezze da neo-noir (magari più dalla seconda stagione in avanti, quando la forma più contenuta ha diminuito gli eccessi di retorica).

E ancora, si pensi alla struttura debitrice della detection story, volta a snocciolare le singole vicende sulla base di indizi e ricostruzioni. Cosa che trasudava in modo assai lampante nella prima stagione e che, con le avventure del duo Wayne (Ali) – Roland (Dorff), giunge al suo apice con un’articolata introspezione della memoria, dei segreti e dei tranelli della mente. A far da filo conduttore non è, infatti, il semplice riscontro con la realtà, ma, per dirlo alla Goya, il “sonno della ragione”.

Si ripercorre il crimine nella misura in cui si sviscera nella psiche e nell’umanità di Wayne. Il tutto diluito in un atipico viaggio nel tempo, in cui passato, presente e futuro arrivano a convivere, divenendo assiomi astratti e arbitrari. Come se nella malattia, nella fumosa destrutturazione del ricordo, Wayne trovi poco a poco l’armonica coerenza del proprio vissuto.

Tali premesse lasciano presupporre l’enorme humus tematico della stagione, non meno consistente dei suoi predecessori. Anzi, è quasi possibile dire che il capitolo in questione è riuscito a sublimare alcuni dei punti di forza maggiori delle parentesi precedenti, dando prova che dietro a tutto, oltre alle singole storyline, climax e cliffhanger che può avere un episodio, vi è anzitutto un autore.

Il tratto distintivo che sconfina la mera accezione commerciale della serialità, facendo così emergere un’opera dal prestigio artistico. Una poetica, uno sguardo sul mondo, se vogliamo. Qualcosa che aspettava la prima grande prova di Pizzolatto alla regia per averne riprova.

di Francesco Milo Cordeschi