SOFIA (2019) di Meryem Benm'Barek

Sofia, opera prima di Meryem Benm’Barek, è un dramma prodotto dalla Curiosa Films e Versus Production col supporto di Cinémage 12, Canal + e Ciné +.

Il film è stato presentato in anteprima alla 71ª edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto il premio nella categoria Miglior Sceneggiatura nella sezione Un Certain Regard. In Italia è stato proiettato in anteprima l’8 marzo presso il Nuovo Cinema Aquila di Roma in occasione della Giornata internazionale della donna.

Quest’esordio segue le vicende di una giovane ragazza marocchina non consapevole di essere incinta. Durante un pranzo la ragazza ha violenti crampi allo stomaco. Sua cugina, una studentessa di medicina, decide di visitarla, ma proprio in quel momento a Sofia si rompono le acque.

Con la scusa di andare in farmacia, le due si recano all’ospedale più vicino per farla partorire. La clinica concede alla giovane donna ventiquattr’ore per portare la documentazione del padre del bambino, prima di avvertire la polizia. Inizia così un vero e proprio viaggio delle ragazze, nel tentativo di ritrovare l’uomo che Sofia ha incontrato solo una volta.

Il film si apre con la citazione del codice penale marocchino, che punisce con la reclusione ogni rapporto carnale extraconiugale e che mette, quindi, la giovane protagonista nella difficile condizione di dover salvare l’onore di un’intera famiglia, a costo di gettare ombra sulla vita di un uomo innocente.

Sofia è un’opera prima che scava nel profondo focalizzandosi sul diritto di essere donna, un diritto che durante i 90 minuti sembra essere rivendicato dalla forza di Lela (la cugina), ma che viene inghiottito da una verità nascosta. Sofia non si accorge di essere incinta perché nega a se stessa l’esistenza della sua bambina e della persona che l’ha resa madre. Solo nel finale, infatti, scopriamo che la gravidanza non è stata opera di Omar, ma di una violenza cruda e troppo pesante da accettare per la giovane ragazza.

Un film che si occupa di una lotta di classe reale, mostrando i due lati di una stessa medaglia: le condizioni di vita in un Paese spaccato in due dai confini di appartenenza a un quartiere ricco, che determina maggiore libertà e indipendenza per le donne, o a uno meno fortunato che, invece, le condanna a un’angosciosa esistenza.

Il taglio delle inquadrature, scelto dalla regista, rende la macchina da presa un punto di vista privilegiato, che lascia scoprire, sequenza dopo sequenza, i meravigliosi colori della tradizione marocchina e, nello stesso tempo, un “dietro le quinte” fatto di una fotografia scura, con maggiore contrasto, che sottolinea ulteriormente lo stato d’animo di Sofia, all’apparenza costantemente inespressiva.

Un’inespressività chiaramente voluta proprio per mostrare, fin da subito, il vuoto che ha potuto lasciare una violenza carnale, psicologica, che non ha bisogno di mediazioni, ma che va affrontata in tutta la sua crudezza. Una crudezza che, però, secondo il mio punto di vista, non è stata resa fino in fondo.

Il film, distribuito da Cineclub Internazionale, sarà nelle sale dal 14 marzo.

di Valeria Tuzii

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