L’AFFIDO – UNA STORIA DI VIOLENZA (2017) di Xavier Legrand

Dopo il cortometraggio Avant que de tout perdre,  valso a Xavier Legrand una candidatura agli Oscar, il regista e drammaturgo francese torna dietro la macchina da presa cimentandosi questa volta in un lungometraggio, L’affido – Una storia di violenza, che ne è il prosieguo, secondo e terzo capitolo di quella che voleva essere una trilogia tragica.

Il titolo originale Jusqu’à la garde (letteralmente «fino all’affido»), ben più neutro di quello italiano, disorienta lo spettatore, introducendo così una sottile trama di disillusione che l’autore è abilissimo a tessere.

Una lunga udienza dal giudice per l’affido di un figlio, la guerra burocratica di due avvocati, una madre e un padre l’una contro l’altro, all’inizio la trama è un terreno conosciuto e familiare. Non sappiamo chi sono i buoni o chi i cattivi: ciascuno di noi, in fondo, sceglie da che parte stare e persino quando il giudice legge la dichiarazione del figlio che, riferendosi al padre come «l’Altro», menziona le violenze cui ha assistito, il giudizio resta sospeso. Eppure gli indizi di una storia più complessa ci sono e ben presto la realtà si svela in tutta la sua drammaticità: la casa, da luogo accogliente, diviene teatro della crudeltà paterna.

In questo voler raccontare l’ambivalenza del focolare domestico Legrand, ancora una volta, fa ricorso al teatro attingendo al patrimonio della tragedia greca, a lui molto cara, e così facendo ci riporta alla mente la lezione di registi come Yorgos Lanthimos o Alexandros Avranas.

Il cineasta francese segue i suoi personaggi da vicino, in un continuo e angosciante susseguirsi di campi e controcampi ed intense soggettive, creando così un thriller che affonda le radici in una storia fin troppo reale e attuale: la violenza sulle donne, in molti casi perpetrata proprio da chi dice di amarle.

Infatti, il dominio dell’uomo sulla donna, afferma la storica Lea Melandri, si fonda innanzitutto sulla «confusione tra amore e violenza», e questo binomio antitetico è perfettamente rappresentato ne L’Affido grazie all’interpretazione dei due protagonisti, Léa Drucker, nel ruolo di Miriam Besson, donna esile ma forte, esempio di madre degno dei drammi della classicità, e Denis Ménochet in quello del corpulento e violento marito. Sorprendente l’interpretazione del giovanissimo Thomas Gioria che si trova ad impersonare Julien, fulcro della vicenda, diviso, per legge, tra padre e madre. Il male imminente prende forma nei suoi non detti, nei suoi singhiozzi, nella paura che gli si legge negli occhi.

Tutti gli elementi del film sono funzionali a creare una sensazione di disagio, di malessere, di orrore e a far reagire lo spettatore inerme davanti a una tragedia spesso taciuta, che si consuma in moltissime famiglie.

Si tratta di una violenza strutturale che va denunciata, come fa chiaramente Xavier Legrand, meritando per questo film non solo il Premio Leone del Futuro all’opera prima, ma anche il Leone d’argento per la Regia alla 74a Mostra del Cinema di Venezia e ben quattro Premi César 2019, compreso il Miglior Film.

di Dafne Franceschetti

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