Da “Brivido nella notte” a “The Mule”, perchè l’Academy ha bocciato Clint

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Tra le assenze più discusse di quest’ultima edizione degli Academy Awards spicca senz’altro The Mule – Il Corriere, ultima fatica, la trentasettesima per l’esattezza, di Clint Eastwood.

Un nome da molti, spesso, visto come sinonimo della stessa Hollywood. Ma, viene da chiedersi, di quale Hollywood parliamo? È proprio in questo interrogativo che trova risposta quella che da molti viene considerata come una clamorosa esclusione.

Al netto del valore arbitrario dell’Oscar in sé, un aspetto quest’ultimo meritevole di anno in anno di nuove considerazioni, va sottolineato come la cerimonia di domenica scorsa si sia anzitutto distinta come una celebrazione della nuova stagione filmica dell’industria statunitense.

Contrassegnata, quest’ultima, da ricambi generazionali (registici, attoriali e tecnici), rinnovamenti tematici e revisionismi indispensabili (si pensi solo alla statuetta per la Migliore Sceneggiatura Non Originale andata a Spike Lee per BlacKkKlansman, anche quello oggetto di discussione, un autore e un film che fino a vent’anni fa difficilmente avrebbero goduto dello stesso rilievo di oggi). 

È chiaro che in un quadro così destrutturante, in cui per l’animazione si vedono premiati lungometraggi supereroistici anomali (il coralissimo Spider-man: Into the Spider-Verse, che ironizza con mirabile sottigliezza sulle storyline crossmediali convulse, tipiche dell’imperante filone Marvel), ciò che appartiene al passato trova a fatica terreno.

Il tutto, sia chiaro, senza dimenticare che si può essere radicati ai vecchi stilemi e, allo stesso tempo, continuare a esprimere del buon cinema, come accade nell’anzidetto caso eastwoodiano.

Il gusto testamentario di The Mule fa comprendere quanto, in fondo, l’immaginario del regista abbia ancora molto da raccontare: col personaggio di Earl, floricoltore zelante e sornione, si rilegge un Midwest deindustrializzato, epurato dalla manodopera, una degna “Trump-Land”, su cui attecchì l’esito elettorale del 2016.

Ciò rende il film molto più complesso di quanto le apparenze, o per lo meno quelle che sono state intercettate, lasciano suggerire. Se però Eastwood si vede ancora inserito nella tradizione artigianale hollywoodiana (anche per suo grande merito), non è detto che possa esserlo nel nuovo sistema.

Per quanto un linguaggio risulti classico e funzionale, resta da chiedersi se possa ancora oggi saper efficacemente comunicare a tutti. Né più né meno di quanto fece, ai tempi, Brivido nella notte (1971), esordio di Eastwood che attingeva all’alone noir-detection in linea con le prerogative filologiche tipiche del divo negli anni ’70.

Da lì presero piede i vari Lo straniero senza nome (1974), L’uomo nel mirino (1977), La recluta (1990), Gli spietati (1992) e via di seguito. Opere pregevoli che costruirono tanto l’Eastwood autore quanto l’Eastwood personaggio.

Un binomio identificativo proseguito in tutte le parentesi filmiche che lo vedevano coinvolto e da regista e da interprete: si pensi a Million Dollar Baby (2005), ma soprattutto a Gran Torino (2008), film quest’ultimo più volte messo a confronto con The Mule, viste le affinità, seppur tenui, tra i due protagonisti (due veterani di Corea costretti al disagio di un’America che non riconoscono più).

Ciò che può non aver convinto del tutto l’Academy, potrebbe proprio risiedere nell’idea di un cinema elegantemente retrò, ma che neanche si è sforzato di ammiccare citazionisticamente al passato. Il fatto che l’Eastwood-personaggio si sia reso così poco riconoscibile può aver influito più del valore intrinseco del prodotto in sé.

Quando si insegue l’innovazione e, tanto più, la rinnovazione, le opere proprie di autori della “vecchia scuola” possono subire delle aspettative ben peculiari. Per un film eastwoodiano “tout court” (con la sua doppia presenza da regista-attore) si sarebbe preferita una linea più omaggistica e forse meno genuina.

Nulla che possa inficiare una carriera fulgida e prolifica, già corredata da diversi Oscar (ben cinque, di cui due alla regia), che rendono onore a un cineasta impagabile. Un degno artigiano del cinema in grado di adattare il suo sguardo a un mondo in fermento, senza mai porsi il problema di dover cambiare.    

di Francesco Milo Cordeschi