CHRIS THE SWISS di Anja Kofmel (2018)

Premiato come Miglior Documentario durante la 30ª edizione del Trieste Film Festival, Chris the Swiss è un esordio sconvolgente e ammaliante, nonché raro esempio di equilibrio e disinvoltura nella contaminazione tra dimensione privata e ricostruzione storica.

La regista Anja Kofmel era solo una bambina, quando venne a conoscenza della morte di suo cugino Christian Würtenberg, un giovane reporter svizzero ucciso in Croazia nel 1992.

Ventanni dopo, ancora ossessionata dalla storia di Chris, decide di andare a fondo con un documentario che cerca di far luce sulle circostanze della sua morte e di rispondere a una principale domanda: perché un ragazzo di ventisei anni decide di lasciare il suo Paese per farsi risucchiare dal gorgo di una guerra sporca e senza esclusione di colpi? Fino a che punto può arrivare la fascinazione per la violenza e l’avventura?

Utilizzando una molteplicità di dispositivi, dalle raffinate animazioni allarchivio familiare, dalle immagini di repertorio alle interviste con familiari e colleghi di Chris, Kofmel riesce a non perdere mai di vista le motivazioni che la spingono, offrendoci una ricostruzione precisa e di estremo interesse storico, sapientemente intrecciata con il suo punto di vista personale e intimo sulla vicenda.

Non è la prima volta che lanimazione viene utilizzata allinterno di un film documentario, si pensi a Valzer con Bashir di Ari Folman e al recente La strada dei Samouni di Stefano Savona. Nel caso di Chris the Swiss, le splendide animazioni in bianco e nero traducono l’immaginazione gotica della regista, sospesa tra incubo e realtà, rappresentando la curiosità suscitata dalla figura di Chris, vero e proprio mito della sua infanzia, e fantasticando episodi (reali o immaginari) che sarebbero stati lasciati altrimenti in ombra dagli altri dispositivi utilizzati.

La presenza discreta della regista ci conduce nei luoghi che hanno fatto da sfondo a una guerra feroce, nel “cortile di casa” dell’Europa occidentale.

Svelando i lati più oscuri degli ultimi giorni di vita del giovane giornalista, che si era unito al PIV, una formazione paramilitare di mercenari, foreign fighters e avventurieri sotto la guida di Eduardo Rózsa Flores detto Chico, intravediamo gli aspetti controversi della Storia, come ad esempio linfluenza dellOpus Dei a sostegno delle truppe paramilitari ultraconservatrici e cattoliche in Croazia, ultimo bastione della Chiesa Romana a Est.

Difficile sbrogliare la matassa delle guerre jugoslave, e fare chiarezza sullidentità reale di chi in quelloccasione imbracciò il fucile (molti furono i cani sciolti, gli esaltati e i megalomani, come lo stesso Limonov raccontato da Carrère).

Rifiutando qualsiasi interpretazione romantica della figura di Chris, lontana dalla violenza bruta degli altri membri del PIV ma a più riprese oggetto delle critiche di familiari e colleghi per la sua imprudenza e ingenuità, Chris the Swiss rappresenta un prezioso tentativo di riflettere sull’ambiguità della guerra, sulla difficoltà a trovare la giusta distanza da cui osservarla, sullinsensatezza del culto eroico della forza.

di Carlotta Centonze

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