QU’UN SEUL TIENNE ET LES AUTRES SUIVRONT – SILENT VOICE di Léa Fehner (2009)

Qu’un seul tienne et les autres suivront, esordio alla regia di Léa Fehner, è la storia di tre personaggi, tre destini diversi che s’incontrano nella sala visite d’una prigione: Zhora, una madre distrutta dal dolore che vuole comprendere la morte di suo figlio e si reca a Marsiglia per scoprirlo, Laure, una giovane di buona famiglia che s’innamora d’un ragazzo che verrà incarcerato, e Stéphane, uomo allo sbaraglio che accetta, in cambio di denaro, una proposta che potrebbe stravolgergli la vita.

Ed è proprio nel «non-luogo» carcerario, per dirla con Augé, che queste soggettività s’incrociano. Ma ciò che è interessante è che la camera della regista non penetra nella prigione, si trova piuttosto a indugiare sulla soglia – nella scena d’apertura in cui, con una panoramica, ci vengono presentati i protagonisti mentre assistono, silenziosi, al tragico spettacolo d’una donna in preda al dolore – per fermarsi infine alla sala visite, limite che non viene oltrepassato.

Questa stanza è un limbo, un ponte tra il “dentro” e il “fuori” le mura, tra solitudine e comunità, una stanza dall’atmosfera drammatica, ma al tempo stesso luogo di inaspettate gioie.

La città di Marsiglia, in cui è ambientata la storia, la cui bellezza, come ha scritto Jean-Claude Izzo, «non si fotografa. Si condivide», appare di sfuggita, in scene notturne o riprese in corsa dalla macchina. Non c’è spazio per il suo proverbiale sole.

Qui i personaggi, tra pareti di ospedale e mura di cinta della prigione, non condividono la bellezza, ma una sorte che li spinge di fronte a quelle recinzioni che tornano insistentemente davanti agli occhi dello spettatore.

Il soggetto, che muove dall’esperienza personale della regista, colpisce e le prove attoriali sono lodevoli – da menzionare, in particolar modo, quella di Farida Rahouadj, che interpreta Zhora e quella della giovane Pauline Etienne. Tuttavia, questi elementi non riescono a distogliere l’attenzione da una sceneggiatura a tratti forzata, non all’altezza delle intenzioni, che raggiunge un guizzo di pathos solo nel finale.

Eppure, nonostante gli inciampi e le ingenuità incontrati, Léa Fehner dimostra la volontà e il coraggio di mettere in scena una moltitudine di voci differenti ma accordate, e ha dimostrato di averne pienamente le capacità con il suo secondo lungometraggioLes Ogres (2015), film corale, colorato, carnevalesco.

Inoltre, la regista ha dato prova di grande sensibilità e onestà portando sulla scena un universo carcerario senza fronzoli, che mette l’accento su quelle persone di cui nessuno parla e che la tragedia quotidiana della reclusione sono costrette a viverla pur senza essere recluse: i parenti e i cari dei carcerati. Questo film, come dice l’enigmatico titolo, è un appello manifesto a quei pochi che riescono a resistere, in silenzio, anche in un ambiente ostile.

di Dafne Franceschetti