I RACCONTI DELL’ORSO di Samuele Sestieri e Olmo Amato (2015)

, Opere Prime

I racconti dell’orso è il film d’esordio alla regia dei due giovani romani Samuele Sestieri e Olmo Amato. Dopo la carriera di studio alle spalle, i due ragazzi si sono avventurati in un viaggio incredibilmente denso attraversando la Finlandia e la Norvegia per circa 40 giorni. Durante quella inaspettata occasione, è nata l’ispirazione per il loro primo film.

Quando però le riprese hanno avuto inizio, è stato subito chiaro ai due che, per poter concludere il loro progetto, ci sarebbe stato bisogno di ulteriori fondi di cui non disponevano.

Così, nel 2014 hanno lanciato una campagna di crowdfunding sul web e nel 2015 il film ha visto la luce. Un’ora di girato per un qualcosa di veramente suggestivo e complesso da analizzare, ma proveremo a dargli un taglio specifico.

Questa serie di racconti, che ha inizio sul primo piano di una dolce bambina persa nel sonno, non è facile da interpretare. Quel che subito colpisce è la straordinaria fotografia, che fa da vera protagonista nella storia di due strani individui. Tra le montagne e gli alberi, un omino rosso e uno meccanico, si trovano soli sulla terra come unica forma di vita rimasta (o da sempre esistita, a voi la scelta).

Nessun limite alle sconfinate estensioni della natura e nessun limite all’immaginazione per cercare di comprendere cosa queste due figure vogliano comunicare. Solo dopo i primi minuti, infatti, che sembrano introdurci a un normale film, questo diventa semplicemente lo sfondo di un sogno. I due registi hanno spiegato che il loro intento nasceva proprio dal desiderio di realizzare un film che si reggesse sulla sola presenza di due personaggi dalle battute limitate.

E così a popolare le straordinarie lande desolate, riprese tra albe e tramonti, sono questi due personaggi privi di caratterizzazione. Iniziano con il rincorrersi (forse la tecnologica che vuole possedere l’uomo indifeso), poi quando trovano un pupazzo a forma di orso, la contesa si placa e i due si conciliano.

Sebbene le immagini siano forti ed emotivamente suscitino un delicato e soddisfacente piacere visivo, il film lascia con numerosi dubbi e poca chiarezza. Ma forse perché renderlo “comprensibile” era l’ultimo degli intenti di Sestieri e Amato.

A quel punto, però, perde di importanza. Sembra piuttosto autoreferenziale. Come se i registi avessero effettivamente messo a disposizione dello spettatore uno spettacolo da decifrare e regalato a sé stessi la realizzazione del loro “sogno”.

Al di là di questa evidente incomprensibilità, che permette comunque di ipotizzare e immaginare, le musiche di Riccardo Magni e la voce di Veronica Quaranta accompagnano delicatamente questo film forse un po’ pretenzioso, ma senz’altro dalla fotografia impeccabile.

di Daria Falconi