FRATELLI DI SANGUE di Pietro Tamaro (2016)

, Opere Prime

Fratelli di sangue di Pietro Tamaro è il gangster movie all’italiana di cui non avevamo bisogno.

Antonio, detto Il Camaleonte, esce di prigione dopo dieci anni con un pensiero fisso: vendicare luccisione della sua famiglia da parte del boss mafioso Don Ferdinando. Mentre la vecchia banda del Camaleonte si ricompone per organizzare la sua vendetta, anche la giovane commissaria Lupi, detta la Lupa, dà la caccia al boss.

Al suo esordio dietro la cinepresa, Tamaro attinge a una moltitudine di ispirazioni, mescolando i toni dellaction movie a quelli della fiction, la recitazione dialettale romanesca (ormai immancabile nel crime italiano à la Romanzo Criminale) con la teatralità dei prodotti medi della televisione, il tutto condito da una trascuratezza estetica imperdonabile nellera del digitale in cui Soderbergh (e non solo) gira ottimi film con l’iPhone.

Se infatti il low bugdet può giustificare in alcuni casi imperfezioni e scelte registiche opinabili, è anche vero che i limiti di finanziamento sono sempre più facili da aggirare.

Eppure, in un momento storico in cui persino la fiction italiana si avvicina lentamente alla serialità americana per cura e ricercatezza estetica e di temi, la commissaria Lupi, interpretata da Carlotta Morelli, sembra una pallida imitazione del personaggio (anch’esso imperfetto) interpretato da Miriam Leone nella serie Rai Non uccidere.

La trama di Fratelli di sangue non spicca per originalità, seguendo il tema portante della vendetta e mostrando su due binari paralleli la lotta delle forze dellordine e quella di piccoli criminali contro lo stesso nemico apparentemente imbattibile, la ‘ndrangheta di Don Ferdinando.

Se la recitazione risulta generalmente mediocre, con la sola eccezione di Mirko Frezza, a cui si perdona lo scivolone per la faccia che spacca lo schermo e la brillante interpretazione nellopera prima di Michele Vannucci Il più grande sogno, la presenza dell’ex tronista di Uomini e Donne, nonché produttore del film, Karim Capuano nei panni di Don Ferdinando raggiunge toni farseschi.

I cliché narrativi (la commissaria mangiauomini, il questore corrotto, il colpo di scena finale) si accompagnano a una fotografia spesso sovraesposta, poco curata.  

Sorprende così la presenza del film in concorso nella competizione per i David di Donatello, a fianco di esordi di tuttaltro spessore come La terra dellabbastanza e Manuel, e di opere di autori in stato di grazia come Dogman di Matteo Garrone, volendo citare solamente i titoli che per tematiche e ambientazioni (criminalità, periferia romana) potrebbero essere associati a Fratelli di sangue.

Se solo Tamaro avesse scelto la via della sobrietà, tanto stilistica quanto narrativa, forse la sua opera prima non avrebbe risentito così tanto del budget ristretto, e noi avremmo goduto di un film più convincente.

di Carlotta Centonze