VOGLIO MANGIARE IL TUO PANCREAS di Shinichiro Ushijima (2018)

Un introverso, malinconico e inerte teenager, appassionato di lettura, si imbatte in un’euforica compagna di liceo, afflitta da un grave morbo pancreatico. Una storia d’amicizia “a distanza”, scevra all’inizio da qualsivoglia contatto fisico ed emotivo, che va poco a poco a progredire in un rapporto simbiotico e introspettivo. Accostandosi sempre più a lei, il ragazzo intraprenderà un autentico cammino di formazione e crescita, tale da indurlo a comprendere nuovi lati di sé e ad apprezzare finalmente le relazioni. Quei liberi scambi umani, basati anche sui più piccoli gesti del quotidiano, che restituiscono valore all’esistenza.

Forte di un prosperoso repertorio da storyboard artist e da regista seriale (sue le firme di ben tre episodi dell’anime dedicata all’atipico supereroe One-Punch Man), Ushijima porta sul grande schermo, come suo primo lungometraggio, la trasposizione (un’altra) del romanzo di Yoru Sumino, Kimi no Suizō wo Tabetai  (Japan Bookseller Award 2016 e oltre 2,6 milioni di copie vendute).

Il primo adattamento, in live action, fece capolino nelle sale del Sol Levante meno di due anni fa, arrivando a incassare più di 32 milioni di dollari e riscuotendo ottimi seguiti di critica e palmarès. Il precedente manga illustrato da Idumi Kirihara, pubblicato l’anno successivo all’uscita del libro, ne aveva d’altronde già sancito il fenomeno. Fattori che hanno spianato il terreno a un’ultima inevitabile versione filmica, forse un po’ troppo “studiata”.

Persuasivi e virtuosistici i riferimenti simbolici ad antiche leggende “antropofagiche”, oltre alle smanie dialoghistiche volte a profondere reiterati messaggi di speranza e fiducia verso il prossimo. Una base solida e stabile, che convive però a fatica con un intreccio rigido e monodirezionale (lungi da altri riusciti e originali esempi di narrativa romantica dell’ultima animazione nipponica, fra tutti l’ormai imprescindibile Your Name. di Shinkai).

Un dato che arriva, talvolta, a snaturare il potenziale spleen del protagonista maschile, da una parte, e ad aduggiare la profondità insita alla morale di fondo, dall’altra. Evocativa, appropriata ed esteticamente contenuta la raffigurazione degli scenari più astrali e astratti, sebbene soccomba a spiegazioni per lo più superflue e prolisse.

Tutto sembra suggerire un prodotto nell’insieme modesto, ma confezionato su misura per un fandom di riferimento, diventando così ostico verso chi non conosce il soggetto. Nulla che possa trovare per attenuante l’esilità (anche se relativa) del budget, di cui soffre in modo abbastanza vistoso la resa grafica. Quinta pellicola della Aniplex Inc., co-produttrice di Naruto e Fullmetal Alchemist.

di Francesco Milo Cordeschi