LA MORTE CORRE SUL FIUME di Charles Laughton (1955)

Talvolta un’opera prima rimane anche l’ultima, come nel caso, purtroppo, dell’incredibile The Night of the Hunter (La morte corre sul fiume nella versione italiana) diretto  nel 1955 dal celebre attore britannico Charles Laughton. Rimasto nell’ombra a causa del fallimento commerciale, in gran parte dovuto alla sua ineffabilità e alla sua posizione non delineata nel sistema hollywoodiano, La morte corre sul fiume è un gioiello di equilibrio narrativo e perfezione stilistica, un’opera da riscoprire, anche grazie al restauro della Cineteca di Bologna.

In un angolo polveroso della Virginia, Ben Harper viene arrestato e condannato a morte per rapina e omicidio. Prima di essere condotto alla forca, riesce a consegnare il bottino a suo figlio, con la promessa di non parlare a nessuno del denaro e di proteggere a tutti i costi la sorellina. Tuttavia, l’avidità del suo vecchio compagno di cella, il predicatore Harry Powell (un monumentale Robert Mitchum), si avventa sui due bambini, costringendoli a una fuga biblica lungo il fiume.

Fiaba gotica e archetipica, La morte corre sul fiume supera il genere noir da cui prende le mosse, ascrivendosi a parabola universale, storia di iniziazione, d’amore, di morte, di paura e, ancor più, del superamento della paura stessa e degli assoluti (love/hate tatuati sulle mani di Powell).

Dialogando con l’universo dei fratelli Grimm e di Poe, il film realizza un’estetica ispirata all’espressionismo tedesco e influenzata dal gotico americano e dalla fotografia della grande depressione (i volti della Farm Security Administration e di Dorothea Lange), messa a servizio di una rappresentazione grottesca, a tratti umoristica, della provincia rurale del sud degli Stati Uniti, profondamente religiosa, gretta e succube dei falsi profeti della superstizione e del fanatismo settario, come Powell.

Se nel cinema classico l’immagine è il doppio della parola, la potenza della visione di Laughton, illuminata dalla bellezza e dal lirismo delle immagini, invece, sconvolge il rapporto in questo caso dialettico con la parola e la domina. Indimenticabile, infatti, è la fotografia di Stanley Cortez che impreziosisce la profondità di campo lungo il fiume, i profili geometrici dei fienili e le strutture ogivali della scenografia.

La semplicità del linguaggio fanciullesco punta all’immediatezza delle associazioni visive, come nella scena in cui più volte la madre dei bambini dichiara «I just don’t want a husband!», altrettante volte interrotta dall’immagine di un treno, simbolo della forza inesorabile del destino di morte che accompagna l’arrivo di Powell.

Terrificante nella maniera catartica dell’incubo, La morte corre sul fiume è un ottimo esempio della capacità del cinema di creare un mondo altro, realistico ma simbolico, e di sintetizzare la realtà trasfigurata in favola o sogno, rivolgendosi all’universo delle paure infantili che deformano le ombre di una stanza e nutrono l’immaginazione, assolvendo alla funzione magica di purificazione collettiva.

di Carlotta Centonze

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