SORRY TO BOTHER YOU di Boots Riley (2018)

Boots Riley, quarantasette anni, un passato da attivista e una lunga carriera nella musica rap nei The Coup, con il suo esordio dietro la macchina da presa, segna uno dei casi cinematografici dell’anno appena trascorso. Sorry to bother you, piccolissimo film indipendente presentato al Sundance lo scorso gennaio, si è guadagnato il favore di gran parte della critica statunitense, per il coraggio dei suoi temi e uno stile incredibilmente originale.

È una commedia dell’assurdo in cui l’umorismo nero interseca un sostrato horror e fantascientifico che emerge gradualmente, fino a creare una diegesi volutamente fuori dagli schemi. Riley, che si definisce tutt’oggi apertamente comunista, nonostante la storia degli stessi Stati Uniti, costruisce il film americano più anti-capitalista degli ultimi anni e riesce a portare l’attenzione del pubblico verso tematiche calde e complesse come lo sfruttamento del lavoro, la penuria di istituzioni di garanzia per i lavoratori statunitensi, l’incarcerazione di massa e, non ultima, la condizione subalterna degli afroamericani in una società ancora dominata dal pensiero bianco.

Paradossalmente “figlio” di Get Out (Jordan Peele, 2017), nonostante la sceneggiatura risalga al 2012, Sorry to bother you è un film che sfrutta persino elementi di realismo magico, sempre in chiave ironica, per accentuare la critica sociale che intende trasmettere, come nel caso dell’ilare gag sulla white voice o l’introduzione di creature semi-umane e semi-equine, elementi chiave nella seconda metà del film.

Nel primo caso si tratta di una metafora riguardante il code-switching a cui sono costretti spesso gli afroamericani per apparire più “accettabili” e affidabili nell’ambiente di lavoro: Riley decide di adottare un riconoscibilissimo doppiaggio da parte di attori bianchi, in modo da accentuare una pratica ormai consolidata nella quotidianità, un rimodellamento della personalità che avviene per lo più in pubblico. Nel secondo caso, gli Equisapiens, ironicamente riconoscibili come mutazioni genetiche di cavie afroamericane, sono metafora dell’appropriazione della materialità dei corpi Black, dalla schiavitù ai giorni nostri.

La deliberata assurdità delle vicende proposte è la chiave necessaria per digerire un film estremamente politico che, pur non volendo riferirsi direttamente all’attuale sistema governativo, ma solo al sistema economico, si inserisce perfettamente nella scia delle nuove forme di resistenza artistica e sociale che popolano il panorama statunitense.

L’aspetto contenutistico, tuttavia, per quanto essenziale, non esaurisce la particolarità dell’opera. Pur essendo un esordio tardivo, infatti, Sorry to bother you ha una freschezza e un’originalità stilistica d’avanguardia. Se il suo punto forte è costituito dalla brillante sceneggiatura e dall’accuratissima colonna sonora, realizzata dagli stessi The Coup e da Tune-Yards, la regia nell’insieme possiede un’inventiva visuale assolutamente degna di nota, divertente, coinvolgente e spiazzante.

di Valeria Verbaro

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