FUNAN di Denis Do (2018)

In questo contesto traumatico e mortifero, il regista si concentra su una famiglia in particolare, smembrata all’inizio del film a seguito delle deportazioni, ma infine riunita – non senza sacrifici – dal coraggio di Chou e di suo marito, forti nel non lasciarsi piegare dal regime e nel non arrendersi mai nella ricerca del figlio Sovanh. I tre protagonisti sono degli eroi veri e propri, non principi muniti di spada né eroine dai magici poteri, ma personaggi veritieri, forgiati dalla sofferenza, che arrivano allo spettatore proprio perché reali.

Nonostante l’ambientazione tutt’altro che pacifica, il film non è crudele né violento, riporta i momenti più drammatici principalmente grazie a quello che non mostra ma che lascia intuire. Il regista, inoltre, lascia spazio a intensi momenti di solidarietà e dolcezza – su tutti il gesto d’amore di Khoun, che abbraccia sua moglie Chou e le soffia teneramente tra i capelli.

La colonna sonora e le immagini pittoresche facilitano l’immersione dello spettatore, che si lascia coinvolgere dai personaggi e dalle loro emozioni. Il risultato è un’opera dalla bellezza disarmante, che lascia senza parole, perché niente si può dire di fronte alla tenacia di una famiglia indivisibile nonostante tutto e tutti.
Funan è un film di cui abbiamo bisogno, perché racconta dei fatti storici davvero poco rappresentati sul grande schermo, perché mette in scena personaggi fittizi, senza carne né ossa, eppure profondamente umani e reali, e soprattutto perché dimostra come l’animazione non sia solo un sottogenere del cinema, indirizzato a determinati pubblici e limitato a poche tematiche, ma una tecnica dalle grandi potenzialità che dovrebbe essere sfruttata di più.

 

Si è soliti considerare i film d’animazione come opere destinate a bambini e ragazzi, fiabe a lieto fine ambientate quasi sempre in paesi lontani e tempi remoti. Non è il caso di Funan, opera prima di Denis Do, presentata quest’anno alla Festa del Cinema di Roma, poiché essa narra le vicende della popolazione Cambogiana nel 1975, anno dell’inizio della dittatura degli Khmer Rossi e delle deportazioni nei campi di prigionia.

di Alice Romani

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