ENRICO V di Kenneth Branagh (1989)

, Grandi Esordi

Durante una delle fasi più incisive della Guerra dei Cent’anni, l’impetuoso Re Enrico d’Inghilterra si trova a fronteggiare una crisi senza precedenti e, in apparenza, al di fuori della sua portata: rivendicare il trono di Francia, prescindendo dalle restrizioni della legge salica che ne impedisce la legittimità, e poter così chiedere la mano della principessa Caterina, figlia di Carlo VI.

Al rifiuto dei negoziati, il giovane sovrano lascia alle spalle il suo passato da scapestrato gozzovigliatore, imbraccia le armi e si erge ad amico del popolo, guidando uno sparuto esercito composto per lo più da contadini. A dispetto dei suoi scettici franchi tiratori, giunge a ridosso di Calais e affronta i francesi in un cruento scontro ad Azincourt, che lo vede in netta inferiorità numerica.

Scevro dal costruzionismo alla Olivier, l’allora 28enne Branagh mette in scena, al suo esordio, uno dei più celebri drammi storici di William Shakespeare, che aveva già rappresentato tempo addietro con la Royal Shakespeare Company.

Il tutto a fronte di un budget modesto, viste le necessità logistiche, di circa 6 milioni di dollari (inferiore rispetto alle risorse di cui dispose il progenitore del 1944, che siglò il debutto alla regia dell’anzidetto Laurence Olivier).

Grezzo, sporco, talvolta incosciente e discontinuo, ma al contempo temerario, audace, disinvolto e devoto, questo adattamento dell’Enrico V è in perfetta sintonia col personaggio trattato, le sue complessità e stratificazioni. Un’opera gloriosamente imprecisa, che fa dell’anomalia sua mirabile forma e sostanza.

Un dato che trasuda tanto dall’interpretazione di Branagh (ruvida, collerica e ardimentosa, lungi dalla posatezza di Olivier) quanto dalla direzione scenica virtuosa e spettacolare (meno fedele, nella ricostruzione, la battaglia finale rispetto al precedente adattamento, ma sicuramente più sanguigna e ravvicinata).

La guerra non è motivo di perfezionismo scenico, su cui Olivier aveva esemplarmente strutturato la sua prima fatica (da annoverare, a tal proposito, l’ottimo uso del colore), bensì un’occasione per sviscerare l’intimo del personaggio, sublimandone le necessarie contraddizioni a sua perfetta nemesi.

Ragguardevole l’intermezzo nebbioso, in cui Enrico si avventura quatto per gli attendamenti, chiedendo ai suoi confratelli pareri sul loro condottiero. Non pochi i momenti di grande cinema. Anzi, di cinema che sostituisce il teatro: dall’irrinunciabile monologo di San Crispino alla bellissima panoramica, che succede al mesto conteggio delle vittime sulle note del Non nobis, Domine, arrangiato da Patrick Doyle.

Tra le trasposizioni shakespeariane più originali di sempre. Premio Oscar ai costumi e doppia nomina per Branagh: miglior regia e attore protagonista. Il campagnolo Robin è un giovanissimo Christian Bale, già fresco della collaborazione con Spielberg ne L’Impero del Sole (1987).

 di Francesco Milo Cordeschi