DON’T FORGET ME di Ram Nehari (2017)

Non dimenticarmi strimpella così a una vecchia chitarra acustica, il paziente di una clinica psichiatrica. E in quel drammatico quanto speranzoso canto fuori dagli schemi è racchiusa la storia di Tom (Moon Shavit) e di Niel (Nitai Gvirtz) nel film d’esordio alla regia dell’israeliano Ram Nehari uscito nel 2017.

Vincitore alla 35ª edizione del Torino Film Festival, esce questo novembre in Italia e racconta la vicenda apparentemente sconclusionata che unisce due giovani “malati”. Lei anoressica rinchiusa in un centro per ragazze con disturbi alimentari; lui preda di crisi psicotiche che desidera suonare la tuba tra una clinica e l’altra.

S’incontrano per un fortuito caso e quasi “si scelgono” per darsi una nuova “direzione” sullo sfondo di Tel Aviv. Il film seppur crudo quasi da far venire la nausea, non solo mostra l’evidente fragilità della mente e come il deficit di questa sia motivo di allontanamento dalla società; ma anche una aperta denuncia alle modalità di cura ospedaliere che non sono sempre efficaci.

Anzi, la freddezza con cui la dottoressa al centro passa chiedendo è arrivato il ciclo?” ragazza per ragazza è quasi da brivido. Sono solo un numero, uno stomaco da riempire o riequilibrare.
No, non basta vederli come una situazione da risolvere, rende solo la loro esistenza più vana, misera ed effimera.

Poi, però, accade qualcosa di inaspettato. Le loro strade si incrociano e fuggono dal centro. In questo film è interessante osservare come i personaggi, anime perse, siano davvero appese a un filo. Il baratro li segue come un’ombra, tra un rigetto di stomaco e una crisi isterica. Però, quando sono insieme, il resto del mondo sparisce, ancor più di prima.

L’evidente difficoltà del tema trattato, che non bada a sconti, lascia un vago senso di malinconia. Questo perché loro non sembrano mai veramente convinti di voler star meglio. In fin dei conti, sono sereni e quella è più che altro un’esigenza delle persone che hanno attorno piuttosto che la loro. Paradossalmente.

Come un azzardo i due ragazzi sembrano gridare “Smettetela di guardare al peso della mia situazione, provate a guardare oltre e quello che vedrete sarà inaspettato”. Oggettivamente a nessuno interessa cosa loro pensino davvero, cosa li turbi o quali siano i loro desideri.

Le persone riescono, invece, a vedere solo fin dove vogliono e niente più. Così come quella particolare sequenza iniziale che anticipa l’idealismo in cui è avvolta questa pellicola (video-ritratti dell’italiano Alessio M. Schroeder). Come fossimo un po’ tutti parte di un’unica giostra con un pizzico di cinismo e ironia per non appesantire troppo lo spettatore.
E gli occhi spenti dei protagonisti, talvolta illuminati da un guizzo di follia a rianimarli, si cibano di parole di vana speranza e, anche se sole, superano le sbarre delle loro finestre.
E in questo caso nessun preconfezionato e nessuna banalità solo l’eterna promessa almeno tra loro, quasi sconosciuti, di non dimenticarsi.

di Daria Falconi

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.