ZEN SUL GHIACCIO SOTTILE di Margherita Ferri (2018)

, Opere Prime

Quando si staccano, le lastre di ghiaccio fanno un rumore assordante e silenzioso al tempo stesso, un suono epico, da fine del mondo. Per Margherita Ferri, al suo esordio con Zen sul ghiaccio sottile, essere adolescenti in un paesino di provincia significa esattamente questo: camminare in punta di piedi, senza riuscire a non essere goffi, rumorosi, esagerati, senza evitare mai la sensazione da fine del mondo.

Maia (Eleonora Conti) è una ragazza tosta, dai capelli corti e lo sguardo agguerrito. Unica donna della squadra di hockey di un piccolo paese sull’Appennino emiliano, è vittima del bullismo da parte dei suoi coetanei, che ne deridono l’aspetto mascolino chiamandola “lesbica di merda”.

Quando Vanessa (Susanna Acchiardi), la popolare fidanzata di un giocatore di hockey, si nasconde nel rifugio della mamma di Maia, l’avvicinamento reciproco porterà le due ragazze a un’inevitabile messa in discussione.

Dopo il cortometraggio Odio il rosa!, Margherita Ferri torna a parlare di stereotipi di genere, attraverso una storia di formazione che ritrae una protagonista atipica nel cinema italiano contemporaneo.

Maia rifiuta rabbiosamente di conformarsi all’ambiente bigotto e solitario della provincia del Nord e la sua difficoltà di comunicazione si traduce in un atteggiamento di generale ostilità verso il mondo esterno, fino a quando, per la prima volta, si apre con Vanessa, rivelando un’identità inquieta e fluida come la neve delle montagne che la circondano («Non sono lesbica, sono un maschio»).

Il paesaggio dell’Appennino risuona delle emozioni delle protagoniste, isolate nella vastità della natura, eppure accerchiate dalle pressioni della comunità, incapace di abbracciare fino in fondo la diversità, grazie all’utilizzo sapiente della musica e del suono che crea tensioni e sospensioni, fondendosi con le inquadrature quasi sempre fisse.

Realizzato con un budget bassissimo nell’ambito del Biennale College, Zen sul ghiaccio sottile è un esordio interessante, che apre un varco sul tema gender in un panorama ancora piuttosto povero, eppure non riesce a convincere fino in fondo. Indebolito da una recitazione acerba, non supera del tutto lo steccato del film coming of age (la carrellata di sguardi nel corridoio della scuola, le liti con la madre, i soprusi nei bagni che ricordano tanto il teen drama americano).

Nonostante i riferimenti cinematografici (quello più esplicito: Boys Don’t Cry di Kimberly Peirce) e la giusta ispirazione (evidente nelle belle scene malickiane del ghiaccio e nell’incertezza del desiderio), rischia di ritorcere contro di sé gli stereotipi che combatte, nella rappresentazione della mascolinità come necessariamente aggressiva, violenta.

Proprio quel titolo famoso, stampato sulla giacca di Maia nell’ultima, liberatoria scena, fa venire in mente un altro esordio: La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo, che nella versione internazionale s’intitola Boys Cry. Perché a Tor Bella Monaca, e non solo, i ragazzi piangono, eccome.

di Carlotta Centonze

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