MONSTERS AND MEN di Reinaldo Marcus Green (2018)

La Festa del cinema di Roma quest’anno ha messo a segno un notevole colpo, passato però quasi inosservato agli occhi del pubblico italiano. Nella selezione ufficiale, infatti, figurava anche Monsters and men, il lungometraggio di esordio di Reinaldo Marcus Green, vincitore al Sundance Film Festival 2018 per la miglior opera prima.

Ampliando la tematica già affrontata nel precedente cortometraggio Stop (2015), Green intreccia le vicende di tre protagonisti per tentare di spiegare cosa significhi ancora essere neri nell’America contemporanea. A partire dal cuore pulsante dell’identità black, che oggi si colloca nel quartiere di Bedford-Stuyvesant, Brooklyn ˗ in cui Spike Lee già nel 1989 aveva ambientato il cult Fa’ la cosa giusta ˗ Green, regista e sceneggiatore, riesce a costruire un racconto universale, capace di indurre lo spettatore a schierarsi emotivamente e moralmente.

Dennis (John David Washington) è un poliziotto, costantemente in bilico fra due mondi. Fedele al giuramento delle Forze dell’Ordine, Protect and Serve, ma amareggiato per l’omertà, il razzismo e la violenza radicati fra i suoi colleghi. Manny (Anthony Ramos) è un giovanissimo e squattrinato padre di famiglia che casualmente riprende con il cellulare l’omicidio, da parte della polizia, di un uomo nero del suo quartiere e, nonostante le minacce ricevute, decide di diffonderlo. Zyric (Kelvin Harrison Jr.) è una giovane promessa del baseball che, nonostante abbia davanti a sé la via d’uscita, attraverso lo sport, da un mondo che sembra volerlo trascinare sempre più in basso, decide di unirsi alle proteste contro la polizia.

Tutti e tre, ispanici o afroamericani, brown o black, sono persone di colore poste di fronte all’ardua e perenne scelta fra l’obbedienza allo status quo di un sistema sociale corrotto o la resistenza.  

Le due fazioni sono già chiare nel titolo. Esistono i mostri ed esistono gli uomini, in senso puramente metaforico, solo che non è facile scegliere da che parte stare, non è facile fare la cosa giusta se questo significa stravolgere la propria vita o mettere in pericolo quella dei propri cari.

Nonostante evidenti ingenuità di scrittura, non rare nel passaggio dal cortometraggio al lungometraggio, Green riesce ad avvicinare alle vicende narrate anche uno spettatore lontano dall’esperienza descritta o poco informato sul reale stato delle dinamiche razziali negli Stati Uniti.

L’empatia che il regista riesce a creare è dovuta soprattutto alla scelta di una macchina da presa incollata ai personaggi, ai loro volti e ai loro sguardi.

Anche se non perfetto, quello di Green è un esordio coraggioso e, da un certo punto di vista, apertamente politico, coerente con lo spirito di lotta civile che sembra essersi riacceso negli Stati Uniti nell’ultimo biennio e che, attraverso il cinema, trova sempre più spazio di diffusione.

di Valeria Verbaro

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