La lotta per i diritti spiegata attraverso il cinema: il regista Ryan Coogler e il suo impegno sociale, dall’opera prima a “Black Panther”

Ad alcuni sembrerà presto, ma dopo la pausa estiva, è già clima di Academy Awards. Molti sono i rumors riguardo ai possibili candidati e altissime le aspettative.

Dopo la soddisfazione italiana di vedere Dogman di Matteo Garrone nella rosa dei candidati per il miglior film straniero, sono state avanzate numerose ipotesi sui possibili candidati per le varie categorie.

Fra i titoli ricorrenti, oltre a Roma di Alfonso Cuarón, che ha trionfato al Festival di Venezia, c’è anche Black Panther di Ryan Coogler. Già lo scorso anno un cinecomic compariva agli Academy come candidato per la miglior sceneggiatura non originale: Logan di James Mangold, capitolo conclusivo del filone narrativo Marvel che vede protagonista Wolverine, interpretato per più di vent’anni da Hugh Jackman.

Tuttavia, la presenza di cinecomics a premi così prestigiosi suscita tuttora stupore. Black Panther, però, oltre a essere un prodotto commerciale ottimamente confezionato e un film campione d’incassi, si fa promotore di un messaggio politico ben preciso.

Non a caso il fumetto originario risale al 1966, un periodo in cui la lotta per i diritti razziali negli USA stava raggiungendo il suo apice, con la fondazione appunto del Black Panther Party, un’organizzazione rivoluzionaria afroamericana. Il film, attraverso il linguaggio fumettistico, mette ben in luce le problematiche legate al razzismo e alla scorretta distribuzione dei beni economici nel mondo.

Tematiche che al regista Ryan Coogler stanno particolarmente a cuore, almeno a giudicare dalla sua esigua, per quanto qualitativamente altissima, filmografia. Il suo film d’esordio è, infatti, Prossima fermata Fruitvale Station, presentato nel 2013 al Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il Premio Avenir per il miglior film di debutto e una nomination nella sezione Un Certain Regard.

Il film racconta l’ultimo giorno di vita di Oscar Grant, un piccolo delinquente ammanettato e ucciso, ad appena ventidue anni, da due poliziotti del Bay Area Rapid Transit District, nonostante fosse solo e disarmato.

Il fatto di cronaca, che ha acceso numerose polemiche sui soprusi perpetrati da poliziotti bianchi su persone di colore, viene sapientemente portato da Coogler sul grande schermo, restituendo dignità a un evento che, dopo il fuoco di paglia iniziale, sarebbe stato destinato, come molte altre notizie, a cadere nell’oblio.

La pellicola si concentra sulla vita quotidiana del protagonista, sul suo desiderio, per quanto difficile da realizzare, di “mettere la testa a posto”, sulle sue abitudini e i suoi affetti. Una persona qualunque, la cui vita viene improvvisamente e brutalmente interrotta.

È interessante notare come, nell’arco di pochi anni, il regista sia riuscito a dare prova di una straordinaria flessibilità, passando da un esordio dal taglio asciutto e quasi documentaristico a un film da box office, con scenografie sontuose, colonna sonora accattivante ed effetti speciali a iosa.

Ma nonostante il taglio commerciale, Black Panther, oltre a confermare l’indubbio talento del regista, ha mantenuto anche lo spirito della sua opera prima, sempre interessato a evidenziare il contesto socioculturale del panorama contemporaneo, i soprusi subiti dagli emarginati, i conflitti di interesse che squarciano intere nazioni.

Senza dubbio questa possibile candidatura potrebbe essere anche una risposta alla controversa polemica lanciata dal regista Spike Lee e dall’attrice Jada Pinkett Smith nel 2016: gli #OscarsSoWhite, che evidenziavano il mancato riconoscimento di artisti di colore da parte degli Academy Awards. Chissà che questo possibile trionfo non possa aprire nuovi, possibili scenari.

di Giulia Losi

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