GIRL di Lukas Dhont (2018)

Quando si pensa che il cinema abbia già raccontato tutto, in ogni forma, ecco che un nuovo autore trova sempre con coraggio il modo di raccontare diversamente un altro stralcio di realtà: è ciò che ha fatto Lukas Dhont con Girl, ispirandosi a una storia vera accaduta in Belgio circa dieci anni fa.

Lara è un’adolescente transgender che desidera diventare ballerina professionista e, con il completo appoggio del padre, si trasferisce in una prestigiosa scuola di danza, preparandosi contemporaneamente alla transizione anatomica, da ragazzo a ragazza.
Man mano che la narrazione procede, contro ogni aspettativa in casi come questo, ci si rende conto che Lara non incontra particolari resistenze nel suo percorso. Sia i compagni sia gli insegnanti sono da subito a conoscenza della sua situazione, eppure lei tenta di nascondere disperatamente le forme maschili.

Il conflitto inconciliabile è esclusivamente nella mente e negli occhi di Lara e si manifesta attraverso la continua e duplice ossessione per il corpo.
In primo luogo, naturalmente, la protagonista è tormentata da un corpo che non sente suo, dal petto piatto e soprattutto dal membro maschile, tanto estraneo da sé da non sopportarne nemmeno la vista. In secondo luogo, l’ossessione che la travolge è quella del perfetto corpo da ballerina, asciutto e longilineo, che progressivamente la porta a rifiutare il cibo e compromettere le condizioni fisiche per l’operazione chirurgica che tanto desidera.
L’impazienza dovuta al suo disagio e, in generale, all’età adolescenziale che lei vorrebbe vivere in ogni aspetto ma nel corpo più adeguato alla sua identità, la portano a non comprendere nemmeno il male che si infligge.

La regia di Dhont, meritatamente premiata con la Camera d’Or a Cannes, riesce perfettamente a rendere l’idea della trappola mentale di cui Lara è vittima. È lei il maggiore ostacolo alla sua stessa serenità. Lei, al contrario di chiunque la circondi, è la prima a non accettarsi, a non riuscire a scendere a compromessi con la sua condizione, nonostante tutto l’appoggio, persino medico, possibile.
Il merito di Dhont, dunque, è quello di essere riuscito a rappresentare perfettamente questo stato d’animo attraverso l’uso della macchina da presa. La sua impostazione è evidentemente introspettiva, più interessata alle emozioni della protagonista che al resto. I frequenti piani ravvicinati, mezzi primi piani e primi piani, forzano lo spettatore a focalizzarsi sul viso e sullo sguardo spesso triste e disperato di Lara. La rigidità e la durezza intransigente delle prove a cui lei si sottopone, oltre a tormentare la sua psiche tormentano il suo corpo prendendo forma in un turbinio che la camera a mano rende magnificamente.  

La lotta di Lara, tanto sulle punte di raso quanto nel mondo esterno, è una lotta solitaria e silenziosa contro se stessa. Grazie al talento di Victor Polster, il ballerino belga che la interpreta,  il suo viso parla senza dire quasi nulla, ma dando la possibilità a tanti ragazzi e ragazze come lei di vedersi delicatamente e finalmente rappresentati come protagonisti di una storia, in fondo, molto più comune di quanto si pensi.

di Valeria Verbaro