La profezia dell’armadillo: tra curiosità e aspettative

Sulla scia di un Festival di Venezia, o meglio ancora, di una Settimana Internazionale della Critica che renderà omaggio al fumetto (si pensi al manifesto ufficiale della sezione, che ricalca le tecniche grafiche tipiche di Stefano Tamburini), il concorso Orizzonti vedrà tra le pellicole italiane presenti nella line-up principale La profezia dell’armadillo, prima trasposizione su grande schermo dell’omonimo romanzo grafico di Zerocalcare del 2011, nonché opera prima di Emanuele Scaringi.

Un appuntamento imprescindibile per i fan del fumettista capitolino e quanto mai atteso per chi aveva cominciato a percepire i primi rumors circa l’ambizioso progetto già due anni fa, quando sembrava ancora che Valerio Mastandrea sarebbe stato dietro la macchina da presa (adesso l’interprete romano, anche lui attualmente impegnato nella postproduzione del suo debutto Ride, figurerà come co-sceneggiatore).

Fatalità vuole che la tanto vagheggiata première della pellicola, di cui la settimana scorsa Fandango ci ha dato una degna anticipazione pubblicando una breve clip che non ha tardato a suscitare reazioni sul web, giunga all’indomani dell’ultima fatica editoriale di Zero: Macerie Prime, Sei mesi dopo. Sequel quest’ultimo di Macerie Prime, uscito a novembre 2017, un punto d’arrivo fondamentale nell’immaginario costruito dall’autore fin dalle sue primissime pubblicazioni.

Se Kobane Calling si presentava come un reportage visivo e, anzitutto, emotivo di una crisi politico-diplomatica ben precisa e lontana dai nostri standard autoctoni (nella fattispecie quella del confine turco-siriano, che vedeva la resistenza curda del Rojava allo Stato Islamico), in Macerie Prime l’autore è tornato, sì, a parlare di crisi, ma in relazione a un’esperienza più intima e personale, la quale però trova dei risvolti generazionali più ampi e collettivi.

Il filo rosso che lo lega per contenuti e toni all’Armadillo è quindi irrinunciabile, sebbene quest’ultimo avesse una dimensione di gran lunga meno corale e articolata delle ultime opere. Non è un caso che il secondo capitolo di Macerie Prime inviti, nell’incipit, il lettore a focalizzarsi sui personaggi, già introdotti, e sui loro percorsi individuali.

Fatto sta che tra i minimi comun denominatori di questi testi troviamo la crisi del cosiddetto millennial o, meglio ancora, visto che abbiamo parlato di “opera corale”, dei millennials. Quasi come se le anzidette “macerie prime” volessero, per ironia, ammiccare a quei ruderi del Muro di Berlino, i quali hanno col tempo spianato la strada a un mondo sempre più comunicante, sempre più globale e, per alcuni, sempre più difficile da decodificare.

Un mondo che, in apparenza, non sembra godere di lasciti e che, come afferma il protagonista Zero, impersonato da Simone Liberati, nella clip promozionale, brama un’autodeterminazione per lo più utopica e impraticabile. D’altra parte, «i millennials hanno meno questo sentimento di “futuro tradito” – come dichiarava Zerocalcare qualche mese fa ai microfoni di Fanpage.it – proprio perché nessuno gli aveva mai promesso niente prima». I millenials sono gli stessi che, abituati a un vissuto frammentario, basato sull’imprevedibilità e la variabilità del momento, possiedono tante informazioni sotto mano, ma faticano a saperle gestire e interpretare.

Ripercorrendo un passaggio del libro: «Psst, amico, mi presti la gomma da cancellare?» mormorava una compagna di classe a Zero dai meandri dell’ultimo banco. «Pensaci!», incombeva da dietro un enorme armadillo dalle fattezze antropomorfe. «Avrebbe potuto chiederla ad altre sei persone sedute nello stesso raggio di distanza! Avrebbe potuto cancellare con la saliva, invece l’ha chiesta a te!». «Dovrà significare qualcosa…» incalzava in chiusura lo stesso Zero.

È nello spaesamento e nell’incapacità di saper trarre risposte adeguate che, per l’appunto, subentra l’Armadillo, alimentato dal fraintendimento, dalla precarietà e dall’incomunicabilità nei rapporti (altro aspetto a suo modo ben reso dalla clip, che vede Zero impegnato a snervarsi con una madre completamente ignorante di browser). La personificazione di un subconscio alterato e folkloristico, che nello smarrimento sa essere anche un buon confidente.

Non c’è spazio per “grilli parlanti” laddove la coscienza, di sé e di ciò che si ha intorno, appare sempre più lontana. C’è bisogno di qualcuno (o qualcosa) che accompagni l’oblio di incertezze verso cui si è sempre più protesi. Il tutto con un po’ di ironia, chiaro.

Nessun “dramma” e nessuna crisi è degna di definirsi tale, se non c’è almeno un pizzico di ironia a commentarla: questo, ma molto altro, è l’Armadillo. Non esiste, ad ora, un manuale d’uso ben specifico con cui potersi approcciare a questo primo atteso adattamento cinematografico, posto che il termine in sé implichi per semantica una rielaborazione, una rilettura, che dovrà obbligatoriamente coinvolgere nuovi strumenti di analisi (che, quindi, prescindono da ciò che il fumetto in sé ha significato).

Ci si può, però, appellare alla stessa Profezia dell’armadillo, riproponendo l’esergo che fa da cornice all’albo: «Si chiama Profezia dell’Armadillo qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen.»

Per quel che può valere l’opinione di un mero lettore, che tra le ultime trasposizioni riuscite da fumetti italiani può ancora annoverare Paz! (2002) di Renato De Maria, che traeva spunto da diversi lavori di Andrea Pazienza, l’auspicio è che a parlare non sarà tanto il film in sé quanto lo stesso Armadillo.

L’ora e passa che racconterà le peripezie del giovane Zero sullo sfondo di Rebibbia, quartiere natio dell’autore, dovrà avere e indubbiamente rivendicare una sua autonomia, facendo però al contempo tesoro dell’enorme lascito e potenziale dell’opera stessa, il cui cuore risiede forse nel senso di questo simpatico mammifero, qui in veste di “coscienza critica”.

Proprio l’Armadillo si rivela un interprete conciliante, eccentrico e talvolta cinico dei cosiddetti “tagliati fuori”, la generazione di  Zerocalcare che, attraverso i suoi albi, continua ad aver voce, forma ed espressione su carta e che, adesso, può finalmente trovare un corrispettivo anche in sala.       

di Francesco Milo Cordeschi

 

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