Venezia 75 tra autori e autorialità: gli esordi da non lasciarsi sfuggire

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Ebbene sì, questa settantacinquesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia promette davvero i migliori propositi. È un’edizione ricca di autori, come ben scandito ieri nel corso della conferenza di presentazione dal Direttore Alberto Barbera, e soprattutto di autorialità. Un dato che trasuda tanto dall’eterogeneità di stili e tendenze della long-list ufficiale, che trabocca di nomi altisonanti (da Cuarón, passando per von Donnersmarck, per arrivare a Lanthimos e non solo), quanto soprattutto dalle intriganti realtà emergenti presenti nelle sezioni parallele.

Ironia vuole che a fare da collante al suddetto quadro sia un’opera prima d’eccezione, quella di Bradley Cooper, A Star is Born, terzo remake del celebre melodramma di William A. Wellman (1937), che oltre allo stesso Cooper troverà come interprete principale una Lady Gaga in delle vesti canore del tutto inedite. Il film verrà presentato in anteprima mondiale all’apertura della kermesse e farà da corredo all’ultima attesissima impresa di Damien Chazelle First Man con Ryan Gosling, che sarà la prima proiezione della competizione ufficiale.

È bene ribadirlo, si parla di autori ma ancor meglio di autorialità, un’autorialità che si esprime in più generi, in più forme e in più misure, data anche la durata delle pellicole in corsa per il Leone d’Oro (alcune delle quali viaggiano addirittura sulle tre ore di minutaggio).

C’è del western con The Sister Brothers di Jacques Audiard, con John C. Reilly e Joaquin Phoenix, e The Ballad of Buster Scruggs dei fratelli Coen, ma soprattutto dell’horror con il ritorno di Luca Guadagnino, fresco dell’exploit di Chiamami col tuo nome, premiato dall’Academy per la Migliore Sceneggiatura, con Suspiria, riadattamento del cult anni ’70 firmato dal maestro Argento, che dà seguito al sodalizio del regista siciliano con Tilda Swinton, con la quale ha già girato ben tre lungometraggi (The Protagonists, suo debutto, Io sono l’amore e A Bigger Splash).

Se si parla di grandi ritorni non ci si può esimere dalla contentezza nel constatare anche il nome di László Nemes, acclamato premio Oscar al Miglior Film Straniero per il suo grande esordio Il figlio di Saul, il quale sfoggia il suo secondo lavoro Sunset, realizzato grazie anche al contributo del Torino Film Lab.

E ancora, Vox Lux, altra opera seconda di Brady Corbet, il nostro Mario Martone con Capri-Revolution, grazie a cui si accingerà a chiudere una trilogia inaugurata con Noi credevamo (David di Donatello 2011) e Il giovane favoloso, The Favourite dell’anzidetto Yorgos Lanthimos, il quale dopo il tanto chiacchierato Sacrificio del cervo sacro sembra non fermarsi più, Alfonso Cuarón con Roma, The Mountain di Rick Alverson, Doubles Vies di Olivier Assayas, 22 July di Paul Greengrass, Werk ohne autor di Florian Henckel Von Donnersmarck, The Nightingale di Jennifer Kent, Peterloo di Mike Leigh, Zan (Killing) di Shinya Tsukamoto, Acusada di Gonzalo Tobal, At Eternity’s Gate di Julian Schnabel, Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas, Frères Ennemis di David Oelhoffen e, per tornare da noi, il documentario a sfondo politico-razziale What You Gonna Do When the World’s on Fire? di Roberto Minervini.

Scrutando più da vicino gli esordi è però Orizzonti, sezione collaterale della kermesse, a farsi più sentire in tal merito. Delle diciannove pellicole presenti nel concorso ufficiale saranno di fatto ben sette le opere prime a farsi valere, tra cui due italiane: la tanto attesa trasposizione su grande schermo de La profezia dell’Armadillo di Zerocalcare, targata Fandango per la regia di Emanuele Scaringi, e Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, che contempla nel cast un’imponente Anna Foglietta.

Ben voluto quest’ultimo da diverse parti della critica, specie da Giorgio Viaro, che ha elogiato la coraggiosa scelta della commissione, e dallo stesso Barbera, il quale non ha esitato ad azzardare degni raffronti con Manuel di Dario Albertini, colpo di fulmine della passata edizione, che si è concretizzato in uno dei debutti registici italiani più riusciti dell’ultimo anno.

Spazio anche al resto del globo con Kraben Rahu dell’esordiente thailandese Phuttiphong Aroonpheng, Soni dell’indiano Ivan Ayr, la brasiliana Flavia Castro con Deslembro, film fortemente autobiografico e «significativo» a detta dello stesso Direttore, l’iraniana Mostafa Sayyari col dramma familiare Hamchenan Ke Mimordan e la francese Sarah Marx con L’Enkas.

Il tutto senza nulla togliere all’irrinunciabile seconda fatica di Alessio Cremonini, Sulla mia pelle con Alessandro Borghi e Jasmine Trinca, il quale porta in sala la drammatica vicenda di Stefano Cucchi. Oltre alle otto pregevoli opere prime che andranno a costellare la 33ª Settimana Internazionale della Critica, per cui vi rimandiamo all’articolo mirato, va, infine, annoverata la presenza di Margherita Ferri nella Biennale College, laboratorio di alta formazione adibito a registi e produttori per la produzione di progetti a basso costo.

Zen sul ghiaccio sottile sarà nella fattispecie l’unico debutto, nonché l’unica pellicola italiana, a farsi notare nella sezione, portando in scena una turbinosa storia di formazione sulla suggestiva cornice dell’Appennino emiliano. Autori e autorialità agglomerate in grandi nomi e nuove tendenze: questo è ciò che, fin da ora, profonde una delle edizioni più esaltanti del Festival di Venezia, un’edizione che rivendica, come non mai, un posto di tutto rispetto tra le maggiori rassegne mondiali.

Per ulteriori informazioni, specie per ciò che concerne programma e accrediti, vi rimandiamo al sito ufficiale www.labiennale.org

di Francesco Milo Cordeschi

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