SEA SORROW – IL DOLORE DEL MARE (2017) di Vanessa Redgrave

Ritrovarsi per la prima volta a ottant’anni dietro la macchina da presa, dopo una vita e una carriera trascorse davanti all’obiettivo, richiede una forte motivazione, oltre che una storia da raccontare. La motivazione di Vanessa Redgrave, in questo caso, è personalissima e toccante e riguarda non solo la sua attività umanitaria come ambasciatrice dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), ma soprattutto il suo passato.

Essendo nata in Inghilterra nel 1937, da bambina visse personalmente il dramma dei bombardamenti di Londra durante la seconda guerra mondiale, diventando di fatto, una rifugiata interna. Il ricordo traumatico di quei giorni crea un’intensa empatia e un naturale filo conduttore con i migranti e i rifugiati africani e mediorientali di cui racconta le storie in questa sua opera prima.

Senza eccessive ricercatezze stilistiche, il documentario mostra le condizioni in cui i rifugiati giungono sulle coste europee, ritrae bene tanto la loro paura quanto le loro speranze; contemporaneamente denuncia la poca reattività della legislazione britannica riguardo le migrazioni che coinvolgono ormai tutti gli stati europei e denuncia, inoltre, alcune situazioni umanamente inaccettabili, come la qualità della vita nella giungla di Calais, tentando di sollecitare soprattutto la coscienza sociale e politica inglese.

Nonostante l’impostazione statica e piuttosto tradizionale della narrazione documentaria, in cui persino la regista stessa interviene in prima persona e in prima linea, sono degne di particolare menzione le partecipazioni extra-diegetiche – ossia sospese al di là del report – di due grandi attori britannici come Emma Thompson e Ralph Fiennes, quest’ultimo protagonista di una scena tratta da La tempesta di Shakespeare  connessa chiaramente al tema dell’esilio e della fuga.

In generale, l’esordio di Vanessa Redgrave è sicuramente in linea con il suo tempo, con l’attuale situazione politica e sociale in Europa. Essendo sostenuto direttamente dall’UNHCR esso cerca ovviamente di sollecitare l’attenzione e la sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti dei rifugiati e lo fa senza doversi, in fondo, nascondere o giustificare, soprattutto in un momento storico in cui i populismi e i rinascenti nazionalismi orientano le coscienze da tutt’altra parte. Proprio per questo, anzi, appare fondamentale sostenere un film del genere e cercare, in particolare, di non ignorarne il messaggio fortemente umanitario.

di Valeria Verbaro

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