Da Terra di mezzo a Dogman: il racconto di una società allo sbando

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Matteo Garrone è senza dubbio uno dei registi italiani più eclettici e talentuosi dell’odierno panorama cinematografico. Dopo i grandi successi de L’imbalsamatore, Gomorra e Il racconto dei racconti, quest’anno ha fatto parlare di sé grazie alla sua ultima fatica, Dogman, presentato al Festival di Cannes fra i candidati alla Palma d’Oro.

Il film ha suscitato da subito moltissima curiosità, dal momento che si ispira a una delle pagine più nere della cronaca romana: la vicenda del “Canaro” della Magliana. Malgrado il film racconti una storia estremamente brutale, Garrone è riuscito a fornire una sua personalissima e, soprattutto, libera interpretazione dei fatti, sfruttando l’episodio di cronaca solo come punto di partenza e rifuggendo qualunque spettacolarizzazione della violenza, a favore di un racconto riflessivo ed epurato dal morboso interesse per il macabro.

Il protagonista è un uomo mite, solo, acceso da un profondissimo affetto verso sua figlia e che trova nei cani l’amore che non riesce a ricevere dagli esseri umani. Marcello (questo il nome di fantasia del protagonista), magistralmente interpretato dall’attore Marcello Fonte, ha un rapporto simbiotico con l’ex pugile Simone, detto Simoncino, che è il suo esatto opposto: violento, impulsivo, aggressivo. Nonostante la brutalità e la cattiveria dell’uomo, Marcello subisce irresistibilmente la sua influenza, almeno finché la prepotenza di Simone non lo porta ad un punto di saturazione, rompendo bruscamente e tragicamente gli equilibri precostituiti.

Garrone con questo film vuole mostrare tutto il degrado e l’abbrutimento della società, attraverso un crudo affresco della periferia che, grazie all’eccellente fotografia di Nicolaj Bruel, viene spersonalizzata e assume l’aspetto di una terra di nessuno, freddamente illuminata dalla luce rosata dell’alba.

Paesaggi desolati, degrado, emarginazione: questi gli elementi fondanti di Dogman e anche i motivi ricorrenti della produzione del regista, la cui attenzione si volge sempre al mondo delle periferie, agli emarginati, alle lande popolate da palazzoni grigi, animati da mille finestre che osservano il mondo che scorre sotto di loro, in tutto il suo squallore.

Già al suo esordio, Garrone presenta un’opera prima dal titolo programmatico: Terra di mezzo (1996), un film articolato in tre episodi (Silhouette, Euglen & Gertian, Self Service) che racconta le vicende di alcuni immigrati in Italia: delle prostitute nigeriane che vivono nelle periferie romane, dei ragazzi albanesi che si prestano per lavori in nero nelle strade fuori città, un benzinaio abusivo di origine egiziana che lavora la notte in un distributore self service. Come in tutti i suoi film successivi, Garrone porta sul grande schermo degli anti-eroi, degli uomini vulnerabili che si muovono come pallidi spettri in luoghi anonimi e deserti. Delle “terre di mezzo”, appunto, senza leggi né identità.

Si tratta senza dubbio di una scelta coraggiosa quella dell’allora giovane esordiente, che ha deciso di rischiare tutto, evitando storie consolatorie ed edificanti, che tanto piacciono al pubblico, a favore di racconti crudi, violenti e amari. Fortunatamente, il suo coraggio e, se vogliamo, la sua sfacciataggine sono stati premiati, portando il regista ad una brillante scalata verso il successo, costellata da premi e plausi da parte di pubblico e critica. Riconoscimenti senza dubbio meritati per un regista che ha ancora tanto da donare al suo pubblico, sia italiano, sia internazionale.

di Giulia Losi

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