Oltre gli esordi. La Blumhouse dà il bentornato a Michael Myers

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Che possa quest’ultimo definirsi l’anno della Blumhouse Production sarebbe alquanto azzardato, dal momento che, guardandoci bene alle spalle, non c’è stato un singolo istante da quel lontano 2009 in cui questa piccola grande realtà produttiva, tra le più energiche e proficue dell’industria hollywoodiana, non abbia siglato con decisione la propria firma. Il suo è stato un percorso che, come su anticipato, partì quasi dieci anni fa con Paranormal Activity, l’horror d’esordio di Oren Peli, il quale fruttò ad un produttore rampante di Los Angeles, figlio di un mercante d’arte indipendente, un incasso di oltre 193 milioni di dollari a fronte di un budget di circa 15 mila.

“Esordio” e “Indipendenza”: è appunto in queste parole che affonda le proprie radici questa casa. Una casa spoglia e fatiscente, come ammicca sapientemente la sua stessa clip introduttiva, ma che con intelligenza e gusto ha saputo sfruttare il tutto a proprio vantaggio, ritagliandosi non solo un semplice brand, ma una vera e autentica identità.

E quale genere se non l’horror può d’altronde meglio attingere a ciò che è spoglio e fatiscente? Quale genere se non proprio quello che fa maggior leva sulla paura e l’inquietudine, tra gli stati più atavici della natura umana? Sembra quasi una simbiosi mistica, un matrimonio combinato, ma il cosiddetto low budget sembra essere fatto per l’horror e viceversa. La Blumhouse lo aveva capito e, prima ancora di lei, anche molti altri: si potrebbe come sempre scomodare il filo (profondo) rosso che lega il maestro Argento a George Romero, Wes Craven, William Friedkin e molti altri, ma per adesso parleremo solo di John Carpenter.

Più che di Carpenter, parleremo del suo Holloween – La notte delle streghe (1978), cult che consacrò a livello planetario lo “slasher” (denominazione delle pellicole che vedono per protagonista un maniaco munito di arma da taglio), e soprattutto di come la sua strada è arrivata ad incontrare quella dell’anzidetta Blumhouse. Tra exploit al box office e premi Oscar (per la seconda fatica di Chazelle Whiplash e poi a sorpresa per l’ultimo Get Out – Scappa, uno dei primi debutti di genere ad essere insignito dall’Academy), ecco che nel caldo di un’estate ancora non fiorita il marchio ci ha infatti elargito il trailer del nuovo sequel di Holloween, su cui figura il vate Carpenter in veste di produttore esecutivo. Sarà forse una nostra verve romantica a parlare ma è bello pensare che nulla accada per caso: due strade non possono convergere se non vi è alcuna base da cui partire.

Quella del regista, e nella fattispecie del film che inaugurò il media franchise della saga, è senz’altro affine a quella di Jason Blum: 20 giorni di lavorazione, soli 300.000 dollari di budget e più di 50 milioni di dollari incassati, questi sono i numeri del primo Halloween di Carpenter ai tempi alla sua opera terza. Nulla di più consono a chi ancora, diversi anni dopo, trova nel cinema autonomo una nuova via non soltanto per  rinnovare il genere, ma soprattutto il mercato. Se alle prime vicissitudini di Michael Myers seguirono ben sette sequel e uno spin-off (Halloween – The Beginning di Rob Zombie), alla già menzionata opera prima di Peli, Paranormal Activity, fece seguito una vera e autentica industria, un franchise esteso che ridefinì le logiche commerciali dell’horror: si pensi solo a Insidious, il cui ultimo capitolo ha già fatto capolino nelle sale italiane lo scorso gennaio.

Ergo, viene da dire che incontrarsi è bene, specie se si hanno molte cose da dire, ma lo è ancora di più riconoscersi: quello tra Carpenter e la Blumhouse potrebbe essere il faccia a faccia che tutti aspettavamo, dove ognuno sa da dove è partito, cosa ne è conseguito e fin dove si è arrivati: passano gli anni, cambia per entrambi il modo di concepire il cinema, ma quella fredda casa fatiscente, che nella sua apparente inconsistenza scenica animava paure e affanni reconditi, cui per altro sembra ironicamente ammiccare il logo della compagnia di Blum, resta tuttora viva nell’immaginario comune. Sarà un mero canto del cigno o una rinascita? Ciò che seguirà a quell’atteso buio in sala saprà darci risposta.     

di Francesco Milo Cordeschi

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