HOTEL GAGARIN di Simone Spada (2018)

, Opere Prime

Il Cinema, inteso soprattutto come incessante fabbrica di sogni, è il chiaro protagonista di Hotel Gagarin, la commedia che segna l’esordio al lungometraggio di Simone Spada dopo una lunga carriera in seconda unità.

Scegliendo una struttura metalinguistica, ossia del cinema nel cinema, Spada non si limita solo a raccontare le peripezie di una troupe improvvisata, truffata e sperduta nella gelida Armenia; egli racconta anche la passione, evidentemente personale, che spinge a fare il cinema, a emozionare ed emozionarsi, a ricercare la felicità inseguendo i propri sogni.

Dall’impostazione realistica e quasi cinica dell’introduzione alla vicenda, il film muta radicalmente una volta che il nucleo dei personaggi giunge nel desolato Hotel Gagarin, il cui nome sottintende, chiaramente, tanto il più grande sogno della Storia – il primo uomo nello spazio – quanto una lunga lista di riferimenti a tutti gli hotel della storia del cinema, da Hitchcock a Kubrick, sino al più recente Wes Anderson; luoghi chiusi e isolati in cui le vicende e le relazioni, di conseguenza, si intensificano.

La trasformazione del punto di vista nel corso della narrazione è evidente, talvolta persino brusca: l’Hotel e l’Armenia costituiscono una dimensione Altra e lontana, reale ma contemporaneamente connessa a un mondo arcaico e immaginato. Non senza qualche ingenuità, commessa per lo più in fase di scrittura, il film diventa una vera e propria favola dal lieto fine inscritto e inevitabile, a tratti anche surreale.

Spada in qualità di regista firma un’opera prima tecnicamente buona, erede della sua precedente esperienza sui set; leggermente zoppicante, o meglio, troppo semplificata nei dialoghi e nelle interazioni fra i personaggi, ma nel complesso universalmente comprensibile e piacevole, una personale dichiarazione d’amore al cinema e a tutti i sogni che esso rappresenta.

di Valeria Verbaro

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