CAINA di Stefano Amatucci (2016)

, Opere Prime

Caina è una donna profondamente razzista che, a causa di un doloroso passato, odia l’intera umanità. Una volta era una serial killer, specializzata in attacchi terroristici e ora si dedica al recupero dei cadaveri degli extracomunitari che, tentando di raggiungere l’Italia in cerca di una nuova vita, periscono durante il viaggio giungendo esanimi fino alle spiagge italiane.

Per ogni corpo raccolto, Caina viene regolarmente pagata da una ditta che si occupa di “smaltirli”, distruggendoli e inserendo quel che resta nel cemento per costruire case e palazzi.

E’ un vero e proprio business della morte a capo di cui si trova la signora Ziviello che, parlando sempre di leggi e regolamenti da rispettare, rende normale ed accettabile un lavoro orribile, abominevole.

Caina ha però una particolarità: lei riesce a parlare con i morti, li vede e li ascolta, anche se parlano nella loro lingua di origine.

Essendo tuttavia quello del recupero cadaveri un business molto fruttuoso, parallelamente a Caina e agli altri “trova-cadaveri” regolari, ci sono anche gli abusivi, che rubano dalle rive i corpi degli immigrati vendendoli poi sottobanco sempre al centro di smaltimento, grazie alla complicità della Ziviello. Tra di loro il tunisino Nahiri, sfuggito dal suo paese in cerca di una vita migliore e che invece si è trovato in una situazione uguale, se non peggiore, di quella da cui fuggiva.

Caina e Nahiri s’incontrano per caso e iniziano a collaborare, mossi entrambi dal timore comune di essere eliminati da altri abusivi extracomunitari. Tra i due si stabilisce così il classico rapporto vittima-carnefice: si scrutano diffidenti, si annusano come belve con la paura uno di morire e l’altra di scoprire ed avvicinarsi ad un modo di vivere e pensare così diverso da quello che è stato la sua certezza per molto tempo; fino ad arrivare ad un finale inaspettato che trasformerà Caina da carnefice a vittima del suo stesso male.

Stefano Amatucci è un noto regista televisivo che debutta qui al cinema con un film che tratta non solo dell’orrore dell’immigrazione ma soprattutto del razzismo di coloro che accolgono – e il conseguente business che ne deriva. Il racconto di Amatucci, surreale e spietato, spinge lo spettatore a domandarsi quanto sia effettivamente lontana quella realtà in cui vive Caina.

Orrore e spietatezza espressi soprattutto attraverso gli interpreti. Luisa Amatucci riesce ad incarnare alla perfezione Caina senza mai riuscire a fare odiare il personaggio di una donna xenofoba convinta ma religiosa allo stesso tempo (quello che la spaventa non è la morte ma la resurrezione), che non lascia avvicinare niente e nessuno, evidentemente segnata dal suo passato. Una donna che odia senza se e senza ma “lo straniero”, perché teme che l’invasione e l’assimilazione, ma soprattutto l’eventuale scoperta che alla fine “loro” non sono poi così diversi da noi.

Helmi Dridi è lo straniero che in qualche modo riesce a suscitare la curiosità di Caina, che fino ad allora non sembra provare interesse per nulla. Il suo Nahiri suscita la pietà dello spettatore, per poi rivelarsi in un modo completamente diverso da come ci si era immaginato.

La signora Ziviello di Isa Danieli è una donna anziana, capitano di industria il cui unico interesse è fatturare e guadagnare sulla pelle degli altri e che non prova pietà per nessuno. Una sorta di spietata SS dei giorni nostri.

Il film ha dei momenti quasi teatrali: non solo alcune scene nella loro costruzione, la fotografia che con i suoi toni riporta la disperazione della storia ma soprattutto alcuni dialoghi, attraverso cui la narrazione sembra per un attimo sospendersi e i personaggi paiono inconsapevolmente parlare direttamente allo spettatore. Non ci sono comunque tempi morti, tutto è ben costruito grazie ad un montaggio veloce e accompagnato da una colonna sonora che copre ed esalta allo stesso tempo le urla della vittime di cui purtroppo è pieno il mare in cui si muove Caina.

di Beatrice Bosotti

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