ONCE WE WERE STRANGERS di Emanuele Crialese (1997)

, Opere Prime

New York, fine anni Novanta. Antonio, siciliano trapiantato nella Grande Mela, e Apu, indiano, si guadagnano da vivere lavorando l’uno come cuoco in un ristorante italiano, l’altro come lavapiatti e come cavia umana per la sperimentazione di medicinali.

Le loro vite, apparentemente molto diverse, si scoprono legate da problematiche simili durante la narrazione: Antonio, interpretato da un giovane Vittorio Amato, si innamora perdutamente di Ellen (Jessica Whitney Gould), studentessa e speaker radiofonica americana, che sta per trasferirsi a Parigi per una borsa di studio; Apu (Ajay Naidu) invece è alle prese con l’arrivo di Devi (Anjalee Deshpande), la sua bellissima promessa sposa che si trova fortemente a disagio in un ambiente metropolitano così diverso dall’India.

Il filo che tiene cucito il film, lungometraggio d’esordio del regista romano Emanuele Crialese, è la ricerca del legame affettivo e soprattutto la realizzazione del “sogno americano”, costellato di ostacoli e problemi quotidiani che accompagnano entrambi i protagonisti e che amplificano il senso di sradicamento da loro vissuto.  Il “vivere alla giornata” è ben rappresentato dalle piccole, scarne e fatiscenti case in cui Antonio e Apu si trovano costretti ad abitare e dai loro continui spostamenti, in bicicletta o a piedi, nelle enormi avenues newyorchesi, così frammentarie, movimentate e caotiche.

Tutto questo contribuisce a dare il senso di velocità e costante moto che anima l’intero film, sebbene le inquadrature siano rivelatrici della giovane regia di Crialese, ancora inesperto e a tratti titubante nei movimenti della macchina da presa.

Ciò che ne risulta è senza dubbio una commedia agrodolce, romantica, ben bilanciata nella messa in scena della ricerca di un’identità stabile e, in particolare, di un legame amoroso che la New York filtrata dagli occhi di un giovane regista romano sembra continuamente impedire.  

di Ilaria Becattini