Cannes 2018: il trionfo degli italiani e il ruolo politico del cinema contemporaneo

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La 71esima edizione del festival di Cannes si è chiusa in bellezza questo sabato, con l’assegnazione della Palma d’Oro a “Shoplifters”, opera del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda.

Il festival quest’anno ha dato particolare soddisfazione agli Italiani: il film di Alba Rorhwacher, “Lazzaro felice”, si è infatti aggiudicato il premio alla miglior sceneggiatura, a parimerito con “Trois Visages” di Nader Saeivar e Jafar Panahi. Già nei giorni precedenti la premiazione,  il film di questa giovane ed intraprendente regista, che racconta il declino del mondo contadino, aveva già fatto parlare di sé, guadagnandosi un quarto d’ora di applausi da parte del pubblico che ha assistito alla proiezione.

L’attore Marcello Fonte, memorabile protagonista del film “Dogman” di Garrone si aggiudica invece il premio come miglior interprete maschile, consegnatogli da Roberto Benigni. Fonte, salito sul palco, ha rilasciato una commovente dichiarazione: “quando cadeva la pioggia sopra le lamiere mi sembrava di sentire gli applausi”. L’attore, infatti, da piccolo viveva in una baracca di periferia,  coltivando il sogno di entrare nel mondo del cinema. Dopo aver preso parte a film come “Gangs of New York”, è finalmente arrivato l’incontro con Garrone, che ha trovato in lui il protagonista ideale del film che da anni aveva in cantiere.

Ma oltre al trionfo degli italiani a Cannes, è giusto segnalare la vittoria, anche politica, di film come “Capernaum” della regista e attrice libanese Nadine Labaki, che racconta le vicissitudini di un ragazzino siriano abbandonato a sé stesso e processato per aver accoltellato un uomo. O, ancora, il Grand Prix assegnato al film “BlaKkKLansman” di Spike Lee, in cui un poliziotto afroamericano infiltrato nel Ku Klux Clan cerca di sventare un attentato contro una manifestazione delle Black Panther.

E il premio della Camera d’Ór non può che confermare la direzione politica che il festival ha assunto quest’anno: il vincitore è infatti il film “Girl” di Lukas Dhont, insognoto akche del Premio Palma Queer, riservato ai film a tematiche LGBT, ora alla sua ottava edizione. L’opera prima racconta la storia di un ragazzo il cui più grande desiderio è quello di diventare una ballerina e che si trova prigioniero in un corpo maschile che non sente suo.  Si tratta dunque di un film dalle tematiche molto profonde e complesse, indagate con delicatezza; una scelta senza dubbio coraggiosa per un regista esordiente,  i cui sforzi sono stati giustamente premiati.

La giuria, assegnando il premio, ha dato la seguente motivazione: “Il film affronta un argomento specifico con un personaggio la cui ricerca di identità è davvero potente. E’ una grandiosa performance che è in grado di parlare a ognuno di noi affrontando il più grande mistero dell’universo: chi siamo e chi vogliamo essere?”.

Il giovanissimo protagonista, Victor Polster, si è inoltre aggiudicato il premio Un Certain Regard come miglior attore per la sua strabiliante interpretazione.

Si è trattato quindi di un’edizione del festival volta a dare un messaggio forte: stop alla discriminazione, di qualunque genere. E il cinema, con la potenza delle sue immagini, non può che prendersi la responsabilità di educare il pubblico, assumendo così un importante, se non fondamentale, ruolo sociale.

di Giulia Losi

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