Caméra d’or, excursus e anticipazioni

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Con la chiusura imminente di questa 71° edizione del Festival di Cannes comincia il toto-nomi dei papabili vincitori. Ad oggi si sono susseguite giornate assai discusse che hanno lasciato intendere il fascino e le contraddizioni di una delle più intriganti stagioni della kermesse della Costa Azzurra: dall’ultima fatica di Lars von Trier – che pochi giorni fa ha fatto sussultare pubblico e critica, per scomodare un garbato eufemismo – al tripudio che ha accompagnato la terza pellicola della nostra Alice Rohrwacher, Lazzaro Felice, al momento tra le più grandi sorprese della long-list del concorso ufficiale.

Fanno da cornice i siparietti di Kristen Stewart, quanto mai svogliata davanti agli scatti sul red carpet, al punto da sfilarsi i tacchi griffati, in protesta contro il rigido dress code della Croisette; o i 49 anni appena compiuti dalla travolgente Cate Blanchett, la Presidente di Giuria forse più amata di sempre.

Il giudizio rimane ora ai posteri, in primis ai giurati, che, come già anticipato, nella serata del 19 maggio sentenzieranno i vincitori della Palma d’oro e degli altri riconoscimenti in palio. Tra questi, per nostro vezzo, va senz’altro annoverata la Caméra d’or, esclusivamente adibita alle opere prime di lungometraggio, che contempla tra le sezioni, oltre alla competizione principale, Un Certain Regard, Quinzaine e chiaramente la Semaine de la Critique.

Parliamo di un premio che affonda le sue radici nel lontano 1978, anno che vide trionfatore Robert M. Young con Il Clandestino, sebbene già nelle manifestazioni precedenti gli esordi godevano già di un ampio sguardo da parte della critica internazionale (si pensi alla menzione conferita a Easy Rider di un Dennis Hopper agli inizi della sua carriera).

Da allora l’albo d’oro ha vantato un’appassionante eterogeneità in fatto di autori: si è visto premiato l’Occidente quanto l’Oriente, tanto l’Europa quanto l’Oltreoceano. Primato indiscusso va per ora alla Francia con ben otto targhe portate a casa, tra cui le ultime firmate da Uda Benyamina per il bellissimo Divines (2016), prodotto Netflix, e Léonor Sérraille con Montparnasse Bienvenüe (2017).

Segue il mercato proficuo e imperante degli USA, con cinque riconoscimenti ad oggi riscossi, tra cui quelli di grandi nomi come Steve McQueen per il suo Hunger (2008), o John Turturro con Mac (1992) e Jim Jarmusch con Stranger than Paradise (1984).

Non c’è invece ancora spazio per l’Italia, vista la clamorosa assenza di opere prime italiane selezionate, che trovano comunque come consolazione l’ottimo seguito dei gemelli D’Innocenzo a Berlino e, non ultimo, le due pellicole in lizza per concorso principale (oltre al già citato Lazzaro Felice, c’è stata trepidazione anche per l’ultima impresa di Matteo Garrone, Dogman, che ripercorre una delle pagine più nere e turpi della cronaca romana).

Tra gli esordi esteri che non hanno smentito le aspettative e da cui potremmo sicuramente aspettarci il meglio, c’è Yomeddine dell’egiziano A.B. Shawky, unica opera prima presente in competizione per la Palma d’oro, che ha stregato buona parte della critica con un racconto di dignità e accettazione sullo sfondo di lebbrosari e strade sterrate; oltre a Sofia della franco-marocchina Meryem Benm’Barek, fattasi già notare a livello europeo per il cortometraggio Jennah. Come detto, va attesa la serata conclusiva di sabato, in cui finalmente scopriremo il nome del cineasta debuttante più apprezzato quest’anno.

di Francesco Milo Cordeschi

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