Terry Gilliam: dalla sua opera prima a “The man who killed Don Quixote”, storie di mondi straordinari.

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Tutti i registi hanno “un film nel cassetto” che conservano aspettando l’occasione per realizzare l’opera della loro vita; da Guillermo Del Toro, che non fa mistero della sua ricerca di fondi per realizzare un ambizioso film su Lovercraft, a Terry Gilliam, che per anni ha tentato di realizzare un film sull’affascinante figura di Don Chisciotte.

Il sogno di Gilliam, tuttavia, sembrava destinato a rimanere tale: già nel 2002 aveva provato a girare il film The Man who killed Don Quixote, finendo sull’orlo del fallimento al primo tentativo. Infatti un assurdo nubifragio nella Mancha, regione spagnola famosa per essere estremamente arida, aveva irrimediabilmente rovinato le attrezzature, al culmine di una serie di imprevisti.

In quell’occasione, Gilliam non potendo fare altrimenti, decise di usare le riprese di backstage per produrre lo splendido documentario Lost in La Mancha (2002); oggi però il sogno pare essere diventato realtà: il film è stato finalmente ultimato e, non senza difficoltà dovute a un contenzioso con la produzione, verrà proiettato presto a Cannes. A peggiorare la situazione, inoltre, si aggiunge un improvviso ictus del regista, sopraggiunto mentre si trovava a Londra.

In attesa di altre notizie (positive, si spera) su Gilliam e sul film, ripercorriamo la carriera di questo eccezionale ed eclettico regista.

Dopo una lunga collaborazione con il gruppo di comici inglesi “Monty Phyton” – con i quali ha realizzato esilaranti pellicole come Brian di Nazareth (1979) e The meaning of life (1983) – Gilliam debutta come regista sul grande schermo con l’opera Jabberwocky (1977). Ispirata all’omonima poesia nonsense di Lewis Carroll.

Il film, ambientato in un non meglio definito Medioevo, racconta le vicende di Dennis Cooper, ingenuo apprendista bottaio innamorato non corrisposto di Griselda Fishfinger.  Nella speranza di poterla conquistare e garantirsi un avvenire migliore, va in città in cerca di fortuna; è così che si imbatte nel terribile Jabberwocky, un mostro che terrorizza il regno intero e uccidendolo accidentalmente diventa suo malgrado un eroe.

Il film, già dall’idea di base, denota l’originalità che distingue tutta la produzione di Gilliam. Il regista,  infatti, ci porta ogni volta in mondi fantastici, popolati da mostri, streghe e luoghi incantati. Mondi meravigliosi che, però, non hanno nulla di rassicurante: i protagonisti si trovano sempre sperduti, catapultati contro la loro volontà in situazioni potenzialmente mortali. Jabberwocky non fa eccezione: il film è infatti una favola dai toni dark,  con una fotografia cupa, dai forti contrasti, che mostra luoghi spaventosi, avvolti da nebbia e ombra.

Il protagonista è un anti-eroe, una persona comune travolta da una situazione straordinaria; caratteristica ricorrente nei film di Gilliam da Brazil (1985), in cui in un oscuro universo distopico, l’umile impiegato Sam Lowry si ritroverà a combattere contro un sistema crudele e schiacciato dalla burocrazia a L’esercito delle 12 scimmie (1995), in cui un detenuto è costretto a viaggiare nel tempo per scoprire l’origine di un virus che ha dimezzato la popolazione mondiale.

Anche l’ultima fatica del regista sembra essere legata a questo filo conduttore. The Man who killed Don Quixote, infatti, racconta la storia di un anziano impazzito che si convince di essere Don Chisciotte e individua nel povero consulente pubblicitario Toby il suo fido scudiero Sancho Panza. Il film sarebbe dunque una fiaba amara, un viaggio allucinatorio sospeso fra i giorni nostri e la Spagna del XVIII secolo.

Sperando di vedere finalmente Gilliam sulla Croisette il prossimo 19 maggio, non si può che augurare al regista tutta la fortuna possibile, soprattutto dopo tutte le assurde vicissitudini del Quixote.  

di Giulia Losi

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