MOLLY’S GAME di Aaron Sorkin (2017)

Molly’s Game è un film biografico che non ha bisogno di ricorrere alla fantasia per rendere più interessante la storia della protagonista Molly Bloom, prima talentuosa promessa dello sci e poi celebre principessa del poker. La vita della Bloom ci viene raccontata tramite la voce e il corpo di Jessica Chastain che aderisce perfettamente al ruolo, risultando attraente e carismatica, sensuale e sagace, ma soprattutto forte ed moralmente integra – e sono proprio queste ultime, infatti, le caratteristiche che più di tutte Aaron Sorkin mette in luce nel suo ritratto.

In un continuo susseguirsi di alti e bassi, vittorie e sconfitte, discese e salite (letteralmente e figurativamente), il regista non mette mai in cattiva luce Molly, ha il grande pregio di non giudicare, anche se tende troppo facilmente a giustificare.
La donna non viene mai mostrata come una criminale e, sebbene il film si apra con l’irruzione dell’FBI nel suo appartamento e il conseguente arresto, lo spettatore non dubita neanche per un momento dell’innocenza della protagonista (o perlomeno della sua integrità).

Degna di nota è una delle scene finali del film, che potrebbe essere considerata quella risolutiva. Molly e suo padre (Kevin Costner), seduti su una panchina, sono immersi in un dialogo illuminante, nel quale l’uomo sostanzialmente spiega alla figlia che l’origine di tutti i suoi problemi è da individuare nel rapporto conflittuale tra i due, nella rigida educazione del padre (per altro fedifrago) e nella conseguente ribellione della figlia, irrimediabilmente incapace di fidarsi degli uomini e spinta quindi a controllarli. Insomma il peccatore originale è il genitore e Molly sta pagando per una colpa non sua.

Spiegazione davvero troppo facile, non esaustiva e sminuente. Non è certo l’uomo ad aver preso le decisioni in vece della figlia (il gioco illegale, l’alcolismo, le droghe), e quando lei glielo fa notare il padre risponde con un banale “nessuno è perfetto”. Sembra una scena realizzata solo per far apprezzare definitivamente allo spettatore la figura di Molly, anche se di fatto non è necessaria. L’irruzione del signor Bloom ha quasi le sembianze di un deus ex machina che risolve i problemi e garantisce il lieto fine.

Nonostante questa parentesi freudiana Molly’s Game è una buona opera prima, sorretta da un ritmo incalzante, dialoghi brillanti e una sceneggiatura solida (candidata agli Oscar del 2018). Dopotutto Aaron Sorkin non è nuovo all’ambiente cinematografico, ha infatti curato la sceneggiatura di diversi lungometraggi, come Steve Jobs (2015) e The Social Network (2010), con il quale si aggiudica l’Oscar nel 2011.

Con Molly’s Game si cimenta ancora una volta con il genere che predilige: i film biografici su noti personaggi contemporanei in bilico tra la moralità e l’immoralità. Sicuramente non è al livello dei colleghi che hanno diretto i suoi precedenti lavori (come Danny Boyle o David Fincher), tuttavia Aaron Sorkin non sfigura di certo al suo esordio dietro la macchina da presa.

di Alice Romani