MANUEL di Dario Albertini (2017)

, Opere Prime

Manuel, opera prima dell’esordiente Dario Albertini, è un piccolo gioiello purtroppo passato a lungo sotto silenzio in Italia ma fortunatamente accolto con successo in Francia, dove ha ottenuto numerosi e meritati riconoscimenti.

Quello che colpisce del film è la trama estremamente scarna: un ragazzo diciottenne, uscito da una casa famiglia, torna a casa e si prodiga per garantire alla madre, in prigione da cinque anni, i domiciliari. Di fatto nel film non succede pressoché nient’altro. Non ci si deve aspettare colpi di scena e narrazioni ridondanti,  a cui ormai lo spettatore medio si è molto, anche troppo, abituato guardando le produzioni dei giganti hollywoodiani.

Tutta la pellicola si basa sul personaggio, un ragazzo costretto a diventare uomo troppo in fretta e ad assumersi delle responsabilità enormi e opprimenti. Man mano che si va avanti,  lo spettatore prova sempre più empatia verso il protagonista: come se fosse “una mosca sul muro” (per citare Vertov), lo guarda mentre pulisce maldestramente la casa, si prepara da mangiare, compra vestiti di seconda mano.

L’uso ossessivo dei campi lunghi mostra il ragazzo perso in un paesaggio desolato,  quasi a realizzare concretamente il suo sentimento di abbandono. Ma Manuel non è solo: lungo il suo cammino incontra diversi personaggi che gli fanno scoprire aspetti della realtà mai vissuti prima, rendendo il film una sorta di cammino iniziatico, di passaggio dall’adolescenza e dall’ambiente protetto della casa famiglia verso il mare burrascoso della vita.

Nonostante sia la sua opera prima, Albertini fa trasparire già una certa maturità, oltre che un grande interesse nei confronti del cinema del passato: i movimenti di macchina evidenti, la narrazione scarna, l’uso del montaggio, sembrano rifarsi alla Nouvelle Vague; mentre l’interesse verso il mondo degli umili, lo sguardo neutro del regista e conseguentemente dello spettatore sembrano rifarsi addirittura al Neorealismo.
Il risultato è un film molto diverso dal modello predominante dell’industria hollywoodiana e, quindi, pienamente europeo.

Una menzione speciale va ad Andrea Lattanzi, interprete di Manuel, che al suo debutto ci dona una performance genuina e incredibilmente coinvolgente. Il suo sguardo buca letteralmente lo schermo e non può che rendere lo spettatore partecipe della sua piccola, umile storia. I suoi gesti un po’ impacciati, i suoi sorrisi spontanei e sinceri delineano alla perfezione il personaggio di un ragazzo timido e insicuro, ma determinato e disposto a tutto per proteggere chi ama.

Lodevoli anche le figure di contorno come la madre, interpretata da Francesca Antonelli, che con piccoli gesti riesce ad esprimere un commovente affetto nei confronti del figlio. Più volte la cinepresa si sofferma sulle mani intrecciate dei due, il pollice di lei che accarezza delicatamente la mano del figlio, in un gesto di amore e protezione. Il suo capo chino, il suo sguardo timoroso celano la vergogna verso il suo passato e insieme il senso di colpa verso quel figlio diventato adulto prima del tempo.

Se si volesse riassumere Manuel in una frase, si potrebbe dire che è un film sull’amore: ma non solo quello filiale e materno. È stato fatto con amore. L’impegno e la passione che è stata riversata in questo lavoro è grande ed emerge da ogni singolo fotogramma. Un film poetico, semplice e a suo modo elegante, di cui l’Italia aveva davvero bisogno.

di Giulia Losi

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