L’affaire von Trier: un ritorno inaspettato

Sono trascorsi esattamente sette anni da quando uno dei registi europei più influenti del cinema contemporaneo, per altro in lizza per Palma d’Oro in quello stesso 2011, fece sussultare stampa e opinione pubblica con delle dichiarazioni oltremodo discutibili. Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg, anche loro presenti in conferenza in quanto interpreti principali della pellicola in concorso, non poterono che accodarsi a tale sconcerto.

Lars era d’altronde solito concedersi al cattivo gusto e alle provocazioni, ma in quell’occasione superò probabilmente ogni limite. È ovvio che il Festival di Cannes, lo stesso che oggi stigmatizza con vigore persino gli autoscatti sul red carpet, non abbia potuto sorvolare su quelle che ben presto vennero etichettate come confessioni “filo-naziste”. Trincerarsi dietro lo scherzo e la battuta, non fu poi una grande idea da parte del regista, dal momento che a ben pochi (se non a nessuno) il tutto suscitò ilarità.

Ecco quindi che il cosiddetto «suicidio intellettuale», come a ragion veduta lo definì Claude Lelouch, prese rapidamente piede: Lars von Trier fu bandito a vita da una delle kermesse e delle vetrine di cinema più importanti del panorama internazionale.

Niente di tutto ciò, comunque, fu sufficiente a inibire il suo estro, anzi, vista la sua indole eternamente votata al politicamente scorretto, lo irrobustì: il suo nome divenne ancor più sinonimo di controversia e scalpore. Due aspetti questi ultimi che fanno riflettere sull’identità autoriale che il regista danese si è costruito e ha consolidato negli anni.

Egli ha creato un evidente filo rosso di turbamento, provocazione e spesso di “indecenza” che unisce le sue prime fatiche – come L’elemento del crimine (1984), il suo esordio, o l’intrigante miniserie horror The Kingdom – Il mito (1994) che consacrò il suo operato – a quelle più recenti: si pensi all’ultimissimo The House That Jack Built (2018), presentato fin da subito dallo stesso Lars come «il suo film più brutale», una pellicola malvagia e senz’anima (ottimo biglietto da visita per l’opera che vedrà la sua anteprima mondiale proprio sulla patinata Croisette che lo espulse).

Insomma, è inutile perdersi in congetture, non c’è nulla del temperamento di Lars von Trier che non potremmo riscontrare nel suo cinema che, in fondo, si ama o si odia. Non c’è trucco, non c’è inganno, anzi, per rendere ancora più pertinente il discorso, si potrebbe dire che «non c’è filtro, non c’è inganno» tra posa ed essenza Lars.

In un’arte predisposta per natura alla finzione, egli sceglie l’essenza, sceglie la continuità tra il suo modo di essere regista e il suo semplice modo di essere (anche se, obiettivamente, lavorare da creativo implica una serie di artifici, che potrebbero compromettere il concetto in sé di “essenza”, ma questo è un altro discorso…).

Il male è sempre in agguato, è dietro e sopra di noi; possiamo ostacolarlo ma per farlo risponderemo pur sempre ai suoi dettami. Ogni singolo essere umano convive col proprio lato “sinistro”. Non ci credete? Allora vi faccio vedere io, anzi vi mostro questo lato in tutta la sua mostruosità, direbbe von Trier. Ecco che anche uno degli autori più acclamati da pubblico e critica può un domani palesarsi per un “nazista” della porta accanto.

Né più né meno di quello che accade all’affascinante protagonista de L’elemento del crimine, un detective che, pur mosso da buoni propositi, adotterà una strategia piuttosto discutibile, ossia la totale mimesi e simbiosi con l’omicida, per risolvere un caso finito da anni nel dimenticatoio. L’effetto che ne scaturisce lascia chiaramente il segno e spiana il terreno alle dinamiche delle opere successive, in cui sempre più personaggi saranno succubi del loro stesso senso dell’umano e della loro ingenuità – si pensi a Le onde del destino (1996), Idioti (1998) o Dancer in the Dark (2000) –  o in cui l’indifferenza e la stasi prevarranno davanti a drammi imminenti (Melancholia, 2011).

La violenza, nella sua celebrazione, è forse una mera conseguenza di un idealismo estremo e perturbante, di cui l’allegoria gotica e decadente di Antichrist (2009) ne è forse l’esempio più eclatante (e depravante) sino ad ora, al netto delle possibili sorprese che potrebbe serbare The House That Jack Built.

Ragionamento quasi a sé stante va fatto per la parentesi Nymphomaniac (2013), in cui vi è la storia di un percorso e di una maturazione che elegge la sessualità come minimo comun denominatore, nonostante vi siano anche degli aspetti di rimando alle tematiche più frequenti dell’autore, come la transizione da vizio a stallo edonistico.

Parliamo ad ogni modo di un disegno che, per forza di cose, difficilmente può rispondere a dei precetti o a delle regole. Se c’è qualcosa a cui Lars è sicuramente inviso è la norma, persino quella tanto agognata nel Dogma 95, manifesto a cui aderì convinto, ma che ben presto abbandonò nei fatti: ad oggi sembra infatti essere il già citato Idioti l’unica pellicola dell’autore che risponde fedelmente ai moniti del celebre manifesto filmico (uso esclusivo della camera a mano, scenografie nulle, assenza di alcuna colonna sonora e luce artificiale; tutto in nome di un cinema genuino, primordiale e selvaggio).

Sia chiaro, non è che Lars non si imponga regole, tutt’altro; la cosa importante è che sia lui stesso a dettarle: o si accetta quel che ha da dire e come lo vuole dire oppure non vi è alcun patto spettatoriale. Il tutto anche a rischio di sembrare impopolare e, talvolta, oltraggioso. Questo è Lars von Trier. Nessuno è obbligato ad amarlo, il che è plausibile, ma al contempo non vi è alcuna ragione per cui a lui possa importare.

di Francesco Milo Cordeschi

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